Niccolò Manucci, medico, mercante e avventuriero che ha scritto la storia della dinastia indiana Moghul

Tre secoli dopo Marco Polo, assecondando la tradizione dei viaggiatori veneziani

Non solo Marco Polo
Tra i grandi viaggiatori veneziani il nome che per primo viene alla mente è certamente quello di Marco Polo (Venezia, 1254-1324), scrittore, ambasciatore e mercante, autore de Il Milione nelle cui pagine è riportata la cronaca dei viaggi in Asia effettuati con il padre Niccolò e lo zio paterno Matteo, mercanti e viaggiatori a loro volta, tra il 1271 e il 1295.


Vi si trova, inoltre, la narrazione delle esperienze di Marco alla corte di Kublai Khan (1215-1294), il più grande sovrano orientale dell’epoca, del quale fu al servizio per quasi 17 anni.
Marco Polo, tuttavia, non è stato il solo grande viaggiatore veneziano che ha percorso la rotta verso l’Asia: circa tre secoli dopo di lui, un emulo altrettanto coraggioso e intraprendente lasciò Venezia per dirigenrsi in India. Si chiamava Niccolò Manucci, medico e cronista che trascorse gran parte della sua vita in questo Paese asiatico, lasciandoci testimonianze divenute una fonte preziosa per conoscere l’impero dei Moghul.
Molto diverse tra di loro le vicende dei due veneziani. Marco Polo aveva praticato territori sostanzialmente ignoti agli europei del suo tempo: la Via della Seta, la Cina, la Mongolia e l’Asia centrale, luoghi che stimolavano l’immaginazione e l’avidità di commercianti e avventurieri. Al contrario, all’epoca di Manucci il mondo era più interconnesso e l’India non era completamente sconosciuta e la sua storia offriva meno sorprese e novità.

L’Impero dei Moghul
È stato il più importante impero indiano di religione musulmana, che regnò su quasi tutta l’Asia meridionale durante la dominazione islamica in India, costituendo l’economia più forte del mondo. Fu fondato da Babur (1483-1530) detto il Conquistatore, discendente dal condottiero turco Tamerlano. Uno dei momenti più significativi della storia moghul fu il regno di Akbar (1556-1605), sovrano tra i più illuminati e tolleranti, che cercò di risolvere il conflitto tra le due religioni principali dell’impero, coinvolgendo gli induisti nella gestione del governo.
I Moghul sono rimasti famosi per lo sfarzo della loro corte e per lo splendore delle capitali, Delhi e Agra, che esistono ancora oggi, nonché per gli stupendi monumenti. Erano apprezzati, ancora, per la loro scuola artistica, che l’imperatore Humayun arricchì invitando presso la sua corte numerosi artisti persiani con il ruolo di maestri.

L’ascesa degli inglesi
Il declino dell’egemonia moghul lasciò l’India vulnerabile all’invasione e al controllo straniero e già nel XVIII secolo la Compagnia Inglese delle Indie Orientali iniziò a stabilire basi commerciali e militari lungo la costa. Le guerre tra i vari stati regionali facilitarono la penetrazione inglese che, affidandosi alla diplomazia e alla forza militare, estese progressivamente il proprio controllo su gran parte del subcontinente.
Il 1857, anno della grande rivolta contro il potere britannico, segnò simbolicamente anche la fine della dinastia Moghul, con la deposizione dell’ultimo imperatore, Bahadur Shah II (1775-1862). Da quel momento, l’India divenne ufficialmente dominio britannico, e nel 1877 la Regina Vittoria ne fu proclamata imperatrice.

Chi era Niccolò Manucci
Niccolò Manucci nasce a Venezia il 19 aprile 1638, da una famiglia povera: il papà Pasqualino, di professione “pestaspecie”, e la mamma Rosa Bellini, casalinga.
Appena quindicenne, si imbarca da Venezia al seguito di Henry Bard, visconte di Bellomont.
Nel febbraio del 1654, dopo diversi mesi di navigazione, i due approdano sulle coste della Turchia e sbarcano a Smirne. Attraversano l’Anatolia e si spingono fino in Persia, meta della missione diplomatica di Lord Bellomont che, per conto di Carlo II d’Inghileterra, tenta di convincere lo scià Shah Abbas II (1632-1666) a fornirgli l’aiuto economico necessario per sconfiggere Cromwell e i rivoluzionari inglesi. Dopo un anno di inutili trattative riprendono il mare su una nave della Compagna Inglese delle Indie Orientali e nel gennaio 1656 arrivano a Surat, il maggior porto dell’India Orientale, il più frequentato dagli europei.
Surat è solo una tappa intermedia, l’obiettivo è Delhi: qui il giovane Niccolò giunge dopo aver affrontato e superato una serie di peripezie ed essere rimasto solo, a causa della morte improvvisa di Bellomont.
Manucci viene pienamente accettato alla corte moghul, dove agisce come medico personale delle famiglie imperiali. Partecipa attivamente a conflitti e campagne militari, accompagnando gli imperatori e osservando in prima persona le strategie di guerra. I suoi racconti forniscono dettagli sulla logistica, l’uso degli elefanti in combattimento e la vita nei campi, aspetti che completano la sua visione della società e arricchiscono di una dimensione esaustiva e concreta la sua opera.

Nel 1686 sposa la vedova cattolica Elizabeth Hartley e si trasferisce a Fort St. George (Madras, poi divenuta Chennai, baia del Bengala) e la sua vita quotidiana è profondamente segnata dalla cultura e dalla società locale. Questo gli permette di descrivere con precisione le abitudini domestiche e alimentari, l’organizzazione dei mercati e la medicina tradizionale della regione, informazioni preziosissime per gli storici.
Nel 1706 Elizabeth muore e Manucci si trasferisce a Pondichéry, nel Sudest dell’India. Qui, o forse a Madras, muore anche lui, nel 1720. Il luogo della sepoltura resta tuttora sconosciuto.

La Storia do Mogor
Dalla pluridecennale permanenza in India Manucci ricava la sua opera più nota: la Storia do Mogor in cui s’intrecciano storia, aneddoti e descrizione della società. Vi sono dettagliatamente riportate cerimonie reali, guerre interne ed esterne, l’amministrazione dell’impero e la vita quotidiana di contadini e artigiani. Si tratta di un testo particolarmente prezioso perché riflette la prospettiva di un europeo che cerca di comprendere con rigore le strutture politiche e sociali della realtà moghul.
Due sono i manoscritti: uno è conservato alla Staatsbibliothek di Berlino, l’altro presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Due sono anche i volumi di illustrazioni che Manucci fece realizzare a corredo delle sue memorie. Il testo integrale è stato tradotto in inglese all’inizio del Novecento.
Solo alla fine del XIX secolo gli storici europei hanno iniziato ad apprezzare l’importanza di Storia do Mogor . In quel periodo il mito di Marco Polo era già profondamente radicato nella cultura occidentale e la figura di Manucci veniva percepita meno esotica e più accademica. Tuttavia, gli studiosi dell’epoca moghul concordano nel ritenere Storia do Mogor una testimonianza insostituibile e rigorosamente documentata di un impero complesso e affascinante.

Posted

06 Nov 2025

Storia e cultura


Duilio Paiano



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