La Bella estate, La spiaggia e Feria d’agosto sono racconti di Pavese che indicano la nostalgia dell’autore per la stagione estiva; si tratta dell’estate della sua adolescenza trascorsa in campagna, sulle colline delle Langhe, momento della vita opposta alla maturità e alle occupazioni cittadine; nasceva nella psicologia della generazione del Novecento il binomio città-campagna e, in analogia, infanzia-maturità, con la nostalgia di un passato puro ed innocente opposto alla storia presente della metropoli industriale che corrompeva quel mitico paradiso.
L’estate, nella società contadina, era la stagione più bella ed interessante per tutti i ceti sociali, quella che costituiva la meta dell’anno lavorativo, a cui tendevano tutti gli impegni. Questo senso di attesa, che essa suscitava, coinvolgeva tutti, perché nella società agricola era la natura a dettare il ritmo degli eventi. Il raccolto e la sistemazione dei prodotti erano dei veri rituali, improntati su norme secolari fissate da una tradizione comunemente riconosciuta. Le fasi del raccolto, che scandivano il tempo della stagione estiva, erano impegni collettivi e contemporaneamente feste, estrinsecazioni gioiose e preghiere di ringraziamento alla grande Madre Terra. Non per nulla le feste più importanti, fra cui quella dell’Assunta, cadevano d’estate e coronavano il ciclo lavorativo. Al lavoro faceva da pendant la festa con canti e danze, all’impegno duro e costante rispondeva l’evasione, che non era solo riposo, ma ebbrezza e teatralità all’aria aperta, nei campi e nell’aia, un vero teatro originario e naturale. Nel movimento gestuale di quegli attori rustici circolava un senso religioso e spirituale, che legava simbioticamente i sensi e l’anima. Il godimento era tanto più pieno, in quanto sembrava un diritto remunerativo concesso da una divinità giusta e vigile, che sapeva riconoscere l’impegno e il merito.
Il poeta, anch’egli espressione del mondo contadino, partecipava a questi rituali della terra col suo canto poetico, sentiva la sua appartenenza al mondo rurale e di questo descriveva le misteriose credenze, non come superstizioni da combattere, ma incanti e pratiche di cui la fantasia aveva bisogno. I canti e le credenze dei mietitori, Il cerimoniale della trebbia-tura, la disposizione di cesti e suppellettili rituali, la recita dei formulari, sono i motivi della poesia di D’Annunzio.
L’estate, quindi, era la stagione del popolo, del canto poetico popolare e collettivo, secondo quella concezione di poesia ingenua o Naturpoesie, collocata da Vico e Herder alle origini mitiche di un popolo, prima che la civiltà elaborasse la sua normativa all’interno dell’organizzazione sociale.
Nella società industriale, nata sulle rovine di quella contadina, il popolo è quella massa indiscriminata diretta dai media pubblicitari, tesa verso finalità superficiali di edonismo e consumismo, dimentica dei sacri riti della terra. L’estate per essa è movimento, evasione, libertà dalle regole morali e sociali, godimento irrazionale, privo di richiami culturali di controllo. Sembra che la sua evasione sia animata dal desiderio di contatto con la natura, ma il popolo-massa non sa dare un significato a questo contatto con una natura che non conosce e che finisce per calpestare e profanare. I villeggianti delle scampagnate, dei picnic, dei motocross, che lasciano residui del loro consumo, sono quelli a cui allude Zanzotto, quando vede la sua Selva del Montello, prima oasi di armonia tra natura e cultura, profanata non solo dalle fosse comuni delle guerre, ma anche dal ciarpame delle rumorose folle cittadine (Galateo in bosco), o quelli a cui Caproni rivolge la sua preghiera a difesa delle singole creature della terra (Versicoli quasi ecologici)
L’estate dei poeti, nella società consumistica, diventa un luogo personale, legato alla memoria e alla meditazione. L’estate stimola la memoria, si affaccia come cronotopo della loro giovinezza, vissuta nei villaggi della loro origine a contatto con la natura: non è quella dell’area cittadina in cui si trovano ad espletare il loro impegno culturale, ma un quieto rifugio della mente insoddisfatta, un altrove in cui ritrovare quelle fonti vitali smitizzate e dissacrate.
Pavese pone l’estate al cento della sua narrativa, e non solo nei racconti che la richiamano nel titolo, come La spiaggia, La bella estate, Feria d’agosto. Anche nei due romanzi lunghi, La casa in collina e La luna e i falò, torna l’antitesi città-campagna, l’una immersa nella freddezza delle occupazioni sociali e nella corrotta vanità dello spirito, l’altra tutta una festa ristoratrice e vivificatrice. Le serenate, le gite notturne sulle colline, i bagni nel torrente, sono le abitudini ingenue e virginali che danno vita e forza.
Nell’arte le stagioni con il loro paesaggio occupano un posto privilegiato, proprio per il loro legame con la natura, fonte di ispirazione e creatività. Mentre la vita nelle città industriali scorre uniforme e ossimoricamente disanimata, l’arte è attenta alla vita nel suo dinamismo e trae da questa il suo stimolo. Essa si svolge in parallelo alla natura, ripetendone l’energia creativa e ponendosi a volte in competizione con essa. L’estate è la stagione che più interessa i luoghi dell’arte, soprattutto a partire dal Barocco, che si può definire la trasposizione dell’estate nell’arte. Molte sono infatti le analogie tra le espressioni di questo stile e le manifestazioni dell’estate: dopo i parametri restrittivi e moralisticamente condizionanti del Medio Evo e quelli ugualmente restrittivi, determinati dall’armonia classica ritornata in voga nell’apollineo Rinascimento, l’arte sembra esplodere in una pienezza liberatoria, in un cielo aperto e sfolgorante, in una ricchezza di sensazioni, in un horror vacui che non lascia nulla di intentato alla sfera del godimento, proprio come accade nella natura che spreme tutte le sue risorse nei mesi centrali dell’anno, dopo la stasi invernale e la lunga preparazione primaverile.
Ma l’estate, nella durata temporale, resta un momento di intensità edonistica e produttiva tra due tempi che la costringono, determinandone la decadenza. Essa è, quindi, proprio nel suo massimo fulgore, richiamo e meditazione sul ciclo-destino della vita, come vuole la cultura della terra e il canto di Pan-Dioniso.
Questa associazione tra estate ed arte barocca, così intesa, è invalsa soprattutto per Ungaretti (Piccioni: Vita di Ungaretti, Marzorati, Contemporanei). Sentimento del tempo è una raccolta poetica improntata sui colori luminosi del paesaggio laziale estivo abbinato alla ricchezza del Barocco romano e allo studio della poesia di Gongora. Ungaretti stesso illustra il suo particolare sentimento del barocco (Commento a Turoldo e Gongora): il barocco, esplosione delle potenzialità umane e terrestri, corrispondente ai periodi di maggiore slancio della storia, come le scoperte geografiche e l’apertura delle rotte atlantiche, gli sfarzi della monarchia spagnola, presuppone la successiva ed imminente catastrofe; così accade in natura con l’incursione dell’autunno sulla maturità dell’estate: così risuona, nella meditazione sulla durata inesorabile del tempo e sul ciclo dell’esistenza, la poesia religiosa di Sentimento del tempo.
Sempre meditazione filosofica e ripiegamento nostalgico sentimentale si ritrovano nell’estate dei poeti. In Pavese essa diventa un nodo esistenziale; in lui l’estate è mito, è accaduta una sola volta nelle feste innocenti della giovinezza in collina, tempo superato e irreversibile, oggetto solo di memoria. Si potrebbe dire che essa rimane mito non singolare per Pavese, che ritorna alla campagna del suo tempo giovanile dall’angolo cittadino della maturità, ma mito universale come paradiso perduto per l’uomo dell’odierna società nella sua via di allontanamento dalla natura.
Rilke porta la sua riflessione sul ciclo della natura per trovare un senso al problema della morte, acuitosi davanti al trauma per la morte prematura di una giovinetta, Vera Knoop, figlia di amici. Solo la meditazione sul ciclo orfico di morte-rinascita, osservato in modo diretto e sensuale nei colori-odori della terra, nella voluttà dei sapori, potè suggerirgli l’idea della metamorfosi vitale redentrice
Mela ghiotta, banana, pera, uva/spina..tutto ci parla nella bocca/ di morte e vita... Non si sfa/ in bocca lentamente e perde il nome?/…Che vuol dir “mela?... questa dolcezza che s’addensa prima/ poi-piano piano- monta nel sapore… (I sonetti a Orfeo: I, 13)
...Giovinette, voi tacite, voi calde, / danzate il frutto, il sapore, danzate/ l’arancia… s’è convertita a voi la sua delizia… Il caldo paesaggio/ da voi trabocchi,...infocando, svelate/ le sue fragranze... (I sonetti a Orfeo: I, 15)
L’estate di Rilke è un tripudio di sapori che si disfano sensualmente per la delizia dei palati, alimentando la vita delle giovinette con il loro disfacimento; la stagione dell’estate piena, in cui più la natura si dona, rendendo visibili i suoi passaggi e mutamenti, diventa per il poeta fonte di insegnamento sul “doppio regno” della creazione.
In Carducci l’estate respira la luce della sapienza apollinea e dei doveri morali:
Beati, o voi, ...circonfusi da’ caldi raggi de l’aureo sole. A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra:/ a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo… Cogliete i fiori che passano anch’essi, adorate le stelle che non passano mai… Oh amatevi al sole! Risplenda/ su la vita che passa l’eternità d’amore. ( Fuori alla Certosa di Bologna)
ma del comun la rustica virtù/… Veggo ne la stagion de la pastura/...Un fremito d’orgoglio empieva i petti,/ Ergea le bionde teste; e degli eletti/ In su le fronti il sol grande feriva. (Il comune rustico)
Soprattutto D’Annunzio, poeta integrato nella società contadina dei suoi borghi d’Abruzzo, renitenti all’invasione del progresso, riesce a riportare nella sua opera il mito dell’estate, nei suoi rituali mistico-religiosi (La figlia di Iorio) e nella sua carnalità estatica dionisiaca (Alcyone). In questo terzo libro delle Laudiegli dimentica i fasti patriottici della storia per contemplare i fasti panici della natura, quel teatro cosmico in cui gli elementi primi, terra, acqua, sole, si sposano con tale radiosità da addormentare le pene dell’uomo, da invitarlo a far parte della grande vita universale, spogliandosi della fragile individualità.
Se anche l’estate alcyonia rimane un semplice intervallo tra due tempi che urgono intorno con la loro presenza e il timore della morte imperversa perfino nella calma bonaccia del meriggio, si impone con la sua intensità, distendendo il suo grande corpo tra cielo e terra. In Stabat nuda aestas, l’estate appare un essere femminile che dispiega la sua bellezza nuda e innocente, come quella di un paradiso perduto che torna ad affacciarsi ciclicamente con le sue calorose parvenze ristoratrici.