Realismo e pessimismo nella visione dell'amore di Schopenhauer

L’illusione della felicità: l’amore come espressione della volontà di vivere

Pur non essendo un aspetto strettamente filosofico, il tema dell’amore è stato affrontato da molti filosofi dall’antichità ad oggi. Partendo da Platone che nel Simposio introduce una teoria dell’amore estrema-mente suggestiva, altri, tra cui Aristotele, San Tommaso, Kant, Nietzsche, Kierkegaard, fino agli esistenzialisti, Sartre e Heidegger, hanno sviluppato in maniera diversa questo argomento.


Arthur Schopenhauer ci offre a riguardo una visione particolarmente interessante, introducendo nella sua concezione dell’amore elementi di tipo psicologico, sociologico e più in generale antropologico. Dopo circa un quarto di secolo dalla prima pubblicazione della sua opera principale Il mondo come volontà e rappresentazione, ne pubblicò una seconda versione, in cui nei supplementi incluse il testo Metafisica dell’amore sessuale [1] che contiene una profonda riflessione sull’amore.

Al capitolo 44 del testo citato, il filosofo ci dice:
Ogni innamoramento, infatti, per quanto voglia mostrarsi etereo, ha la sua radice solo nell’istinto sessuale, anzi è in tutto e per tutto soltanto un impulso sessuale determinato, più specializzato, meglio individualizzato nel senso più stretto del termine. Quello che nella coscienza individuale si manifesta come istinto sessuale in generale e senza direzione verso un determinato individuo dell’altro sesso, quello è in sé stesso e fuori del fenomeno, puramente la volontà di vivere.

Poi procede, analizzando il comportamento dell’uomo a seguito del desidero amoroso:
L’estasi incantevole, che coglie l’uomo alla vista di una donna di bellezza a lui conveniente e che gli fa immaginare l’unione con lei come il sommo bene, è proprio il senso della specie, che, riconoscendo chiaramente impresso in essa il suo stampo, vorrebbe con essa perpetuarlo. Da questa decisa inclinazione verso la bellezza dipende la conservazione del tipo della specie: perciò esso agisce con così gran forza. […]
L’uomo è dunque in ciò guidato realmente da un istinto, che tende al miglioramento della specie anche se si illude di cercare soltanto un accrescimento del proprio godimento. In effetti noi abbiamo qui un istruttivo chiarimento sull’intima essenza di ogni istinto, il quale quasi sempre, come qui, mette in moto l’individuo per il bene della specie.


L’amore è quindi un momento di realizzazione fisica legata al desiderio e non di elevazione spirituale, come è stata spesso oggetto della poesia di tutti i tempi. Il tema amoroso ha dominato le pagine e i versi di molti autori, dall’antichità, come il Cantico dei Cantici, al periodo classico, come Saffo e Catullo, al medioevo, con la letteratura provenzale e il Dolce Stil Novo, ai poemi cavallereschi, fino ai grandi poeti dell’ottocento e novecento, da Leopardi, D’Annunzio, a Emily Dickinson ad Alda Merini. In molti casi l’amore si correla con la ricerca del divino, come una forza soprannaturale alla quale è impossibile resistere, o con l’elaborazione filosofica, di derivazione platonica e aristotelica, come nella Commedia Dantesca in cui l’amore rappresenta la forza motrice dell’universo, o infine nell’esaltazione dell’Eros, che già presente nei poeti elegiaci diviene l’elemento portante nelle liriche dannunziane. Qui invece siamo su un piano completamente diverso, l’amore ha una valenza psicologica, quella dell’uomo che desidera inconsciamente, attraverso la procreazione, di lasciare qualcosa di sé, nel futuro, una sorta di ricerca dell’eternità, di prolungamento della sua vita dopo la morte. Il desiderio della bellezza non è come in Platone la spinta verso il soprannaturale, ma funzionale al miglioramento della specie, assumendo conseguentemente una funzione sociale. Nella scelta della donna, l’uomo ricerca una complementarietà finalizzata a riequilibrare le caratteristiche fisiche nel nascituro perseguendo come detto sopra il bene della specie. Si tratta di un comportamento non di tipo razionale o ragionato, ma inconscio, su base istintuale. Questo fece sì che Freud riconoscesse in Schopenhauer il suo precursore filosofico. Infatti per ambedue l’uomo è dominato da forze irrazionali e inconsce, qualcosa di ancestrale che si cela dentro di lui e attiene alla sua natura. Forze che per Schopenhauer sono rappresentate dalla volontà di vivere, mentre per Freud si identificano nell’ Es, in cui all’istinto si sostituiscono le pulsioni, che possono essere gestite dalla cultura e dalla psicanalisi. Per Schopenhauer invece non c’è possibilità per l’uomo di liberarsi dall’istinto, essenzialmente la causa della propria infelicità, di cui ben presto si rende conto in generale e nel caso specifico della condizione amorosa. Si tratta di una visione totalmente pessimistica, di fronte a cui l’uomo non ha alcuna possibilità di riscatto.

Sempre nel capitolo 44 del testo citato, il filosofo ci spiega:
…ogni innamorato, dopo il godimento finalmente raggiunto, prova una strana delusione e si meraviglia, che ciò che ha così ardentemente desiderato non dia nulla di più di ogni altro appagamento sessuale; tanto che egli ormai non si vede più spinto verso di esso. Quel desiderio dunque stava a tutti i rimanenti suoi desideri nello stesso rapporto con cui la specie sta all’individuo, ossia come una cosa infinita e una finita. L’appagamento al contrario avviene propriamente solo per il bene della specie e non cade perciò nella coscienza dell’individuo, il quale qui, animato dalla volontà della specie, serviva con ogni sacrificio ad un fine, che non era il suo proprio…
Ecco quindi l’illusione e l’inganno che sottendono al coinvolgimento amoroso dell’uomo. Il desiderio sessuale non è una libera scelta, un appagamento dei propri sensi, ma uno strumento di cui l’uomo è vittima, finalizzato alla prosecuzione della specie, in linea con quanto avviene nel modo animale.

È un’illusione di voluttà quella che inganna l’uomo facendogli credere che troverà fra le braccia di una donna di bellezza a lui confacente un piacere più grande che non fra quelle di qualsiasi altra; ed è la stessa illusione che, diretta esclusivamente a un’unica donna, lo persuade fermamente che il possederla gli procurerà una straordinaria felicità.

Nelle edizioni successive alla prima de Il mondo come volontà e rappresentazione, pubblicate nel 1844 e 1859 con l’aggiunta dei Supplementi [2], Schopenhauer nel capitolo 42, prende le distanze dalla letteratura amorosa, prodotta nei tempi passati:
La brama dell’amore, l’imeros, che i poeti di tutti i tempi hanno incessantemente cercato di esprimere in innumerevoli modi, senza mai esaurire l’argomento e anzi senza trattarlo abbastanza, questa brama che unisce al possesso di una determinata donna l’idea di una felicità infinita e al pensiero di non poterla avere un dolore indicibile, - questa brama e questo dolore dell’amore non possono trarre la loro essenza dai bisogni di un individuo effimero, ma sono il sospiro dello spirito della specie, che qui si vede sul punto di ottenere o di perdere un mezzo insostituibile per i suoi fini e perciò geme profondamente.

Ecco quindi spiegata l’infelicità dell’uomo, basata sull’illusione del possesso della donna e sull’inganno del sesso. Questa visione puramente fisica dell’ammore comporta anche una svalutazione del ruolo della donna, che è quello puramente strumentale di consentire la procreazione e di aiutare e sostenere l’uomo, ritenendola essenzialmente funzionale ai suoi bisogni. L’uomo trova quindi la sua realizzazione nell’inseminazione e nella procreazione, limitando la donna alla sua funzione puramente biologica. Una visione realistica in termini materialistici, ma aberrante sul piano spirituale, che conduce l’uomo inevitabilmente all’infelicità. Sulla base delle sue esperienze di vita e di relazioni sessuali, che furono molteplici, alla fine il filosofo riconobbe come la donna in questo ruolo biologico abbia un primato sull’uomo e come questo determini un’ulteriore sensazione di dolore nella psicologia maschile.
Questa concezione pessimistica della vita, come dolore, desiderio insoddisfatto e perdita delle illusioni è stata spesso messa in relazione a quella di Leopardi, suo contemporaneo.

Tuttavia le loro risposte sono profondamente diverse; per Schopenhauer l’uscita dall’infelicità si persegue attraverso l’annullamento della volontà e la vita ascetica finalizzata alla liberazione del corpo dagli istinti e al raggiungimento del Nirvana, mentre per Leopardi si ottiene, seppur temporaneamente, con il rifugio nell’illusione poetica e la solidarietà umana contro la natura matrigna, come emerge nell’ultima sua raccolta poetica, La ginestra. Altra cosa è anche in Leopardi la concezione dell’amore, che ha una valenza prettamente sentimentale, non biologica, pur legandosi alla caducità delle illusioni e all’ineluttabilità della morte, come nella poesia A Silvia e in altre liriche famose.
Si deve comunque dire che, rispetto a quanto nei secoli è stato scritto riguardo all’amore, la concezione di Schopenhauer contiene indubbi elementi di originalità e di attualità.
L’amore, ritenuto esclusivamente connesso alla sua valenza sessuale, è una condizione perversa che prende il dominio dell’uomo, lo rende impotente, lo umilia di fronte all’impossibilità di realizzare il suo desiderio di possesso della donna, alla sua incapacità di confrontarsi con lei su un piano più alto, di complicità e condivisione sentimentale, rispetto quello del piacere fisico e della procreazione. Questa impotenza maschile, questa condizione di “burattino nelle mani della specie” secondo Schopenhauer spingono l’uomo verso forme di perversione nei confronti della donna, dalla gelosia, ad azioni violente, fino al femminicidio.
Fenomeni, purtroppo frequenti, che trovano riscontro anche nella nostra inquieta e drammatica attualità!

[1] Arthur Schopenhauer, Metafisica dell'amore sessuale. L'amore inganno della natura, BUR, Rizzoli 1992
[2] Arthur Schopenhauer, Supplementi a «Il mondo come volontà e rappresentazione», Einaudi 2013

Posted

14 Feb 2026

Storia e Filosofia


Franco Donatini



Foto dal web





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