L’immortalità dell’anima nella storia del pensiero

Dall’antica Grecia al Buddismo, il lungo cammino del pensiero sull’anima, l’immortalità e il destino dell’uomo


Quando Alessandro Magno arriva con le sue falangi macedoni tra il 327 a.C. e il 326 a.C. nelle terre dell’Indo, con il suo seguito di storiografi, letterati e filosofi il mondo greco entra in contatto con una civiltà che aveva già secoli prima elaborato un proprio sistema filosofico. I Buddha erano già noti nel IX secolo a.C. La stessa affermazione della ‘volontà di vita’ di Schopenhauer e la ‘volontà di potenza’ di Nietzsche rappresentano il tentativo attuale di intervenire attivamente nel mondo, allo scopo di soggiogare lo stato naturale, nelle sue forme di diritto, legislazione, organizzazione sociale e politica, scienza e tecnologia, per raggiungere la felicità e una vita il più possibile lunga e piacevole.

Nella sua definizione più ampia il buddhismo è una tradizione culturale che ha in sé componenti filosofiche, regole comportamentali che promuovono il pensiero critico e il ragionamento, così come anche la filosofia.
Religio nella sua etimologia latina (da religo=legare) rimanda al concetto di legarsi a un Dio e dunque a una dimensione teologica. In questo certamente il buddhismo non è una religione. Non esiste per il buddhista uno o più dei, non prevede una rivelazione divina, né riti iniziatici o atti di fede. I sistemi dottrinali di buddha offrono un’opzione soteriologica quasi antireligiosa, negando un Dio personale, responsabile del mondo. Essi sostengono l’esistenza di un sé/atman che sopravvive alla morte, realizzando la liberazione o la trasformazione di vita in vita. Robert Bellah, richiamando E. Rosseau nel “Contratto Sociale” usa l’espressione di religione civile, ribadendone i dogmi principali: “l’esistenza di Dio, la vita dopo la morte, la ricompensa della virtù e la punizione del vizio, fino all’esclusione dell’intolleranza religiosa”. Insomma la preoccupazione di ogni religione è sempre stato il significato, non tanto la dottrina.

Il fine del buddhismo trascende la vita e la morte, proprio come la filosofia. Il suo scopo ultimo è quello di liberare l’uomo dalla sofferenza e dal samsara (ciclo di vita, morte e rinascita), proponendosi come disciplina spirituale fondata su un sistema di pratica ed etica. Potremmo definire il buddhismo una forma tipicamente orientale della spiritualità umana, più che una teoresi laica e razionale.
Per raggiungere la comprensione, il controllo della propria mente e quindi la saggezza, la dottrina buddhista propone l’azione: Buddha ha messo nelle mani di ogni uomo la responsabilità delle proprie azioni e dei propri pensieri. È da loro che genera il bene e il male “cercate con le vostre forze la verità e sperimentatela”. In sostanza mette in atto un pragmatismo radicale, in cui speculazioni teoretiche e intellettuali sono solo un intralcio al raggiungimento del Nirvana. La via della salvezza non passa attraverso una “sapienza”, quanto attraverso l’esperienza della impermanenza e della non-sostanzialità dell’io individuale.

La prima verità è quella della sofferenza: il dukka ha in sé un concetto profondamente filosofico, per cui la sofferenza e il dolore, includendo il concetto di imperfezione e vacuità, sono parte essenziale dell’esistenza. Sotto la guida di un monaco lo spiritualista viene portato ad essere più profondo. È il senso del titolo di uno dei testi di Gianluca Goito “Profondo come il mare, leggero come il cielo”, dove l’autore attraverso la propria esperienza e con un linguaggio semplice ed efficace conduce il lettore attraverso il pensiero buddhista.
Aborto e morte non sono approvati dal buddhismo: la morte è una imperfezione, non la soluzione alla prima nobile verità. Ahinsá (non-male, non-violenza) è appunto il rispetto per la vita. Vita e morte sono parte di un continuum, secondo cui l’uomo è una successione di vita e morte sotto la guida della forza morale. È un ritmo cosmico in cui il karma non è il fondamento, come per gli indù, ma una vicissitudine dell’esistenza. L’uomo ha in sé la libertà e la possibilità di cambiare il proprio karma. E se la morte è un karma immutabile, mutabile (e non mutevole) è il modo in cui ciascuno affronta e vive la propria esistenza. In quest’ottica è intrinseca la condanna appunto del suicidio: lo stato mentale in cui una persona muore può influenzare la sua prossima rinascita. Importante non è morire, ma vivere, esistere attraversando la sofferenza.
Ogni uomo attraverso la pratica ne diventa consapevole. Ma qual è la sua origine? Cosa ci allontana dalla nostra serenità?

Artur Schopenhauer accoglie nel suo pensiero elementi di origine asiatica, riconoscendo il mondo come mera “copertura” della vera realtà, che è a fondamento del mondo fenomenico. Egli distingue tra una realtà fenomenica, plurale e diversificata, che è la manifestazione della volontà che si oggettiva attraverso le idee platoniche, e la realtà in sé, che invece è unica, indivisibile e presente in ogni essere vivente e cosa. Quando l’uomo, attraverso il disvelamento (velo di Maya) riconosce quella realtà come invenzione allora scopre che la realtà in sé non è tempo e spazio, anch’essi forme dell’intuizione del soggetto, ma vede la sofferenza, Essa è intrinseca all’esistenza umana, non è semplicemente un accidente, ma la condizione naturale dell’esistenza. Essa nasce appunto dalla voluntas, una forza primordiale che spinge l’essere umano a desiderare incessantemente, che non è solo una realtà ultima, ma ciò che si oggettiva nei fenomeni: ogni volta che un desiderio viene soddisfatto, dopo una breve pausa dalla sofferenza, se ne genera uno nuovo, alimentando un ciclo perpetuo di insoddisfazione. Quando il desiderio non trova realizzazione giunge la noia: ecco che l’esistenza si muove tra due poli, ovvero il dolore e la noia. Per Schopenhauer dunque la felicità è solo un breve intervallo tra un desiderio e l’altro. La noluntas appare l’unico modo per superare la sofferenza e realizzare l’ascesi.

Nella dottrina buddhista esiste l’idea che il mondo non sia altro che una costruzione cognitiva che si determina quando le cosiddette basi interne incontrano quelle esterne; al loro arresto (saḷāyatananirodha), il mondo sparisce, ovvero scompare quello che Schopenhauer chiamerebbe il mondo come rappresentazione. Se pure per molti versi i due pensieri divergono, è comunque vero che entrambi concordano sul senso della vera realtà: Schopenhauer scrive nel suo opus magnum: «Dietro alla nostra esistenza, si nasconde qualcosa, che diventa per noi accessibile soltanto se ci scuotiamo di dosso il mondo».
Nietzsche, anche lui, semplificando, considera la sofferenza come ineluttabile e arriva a dire “Se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. Il nulla è nell’animo dell’uomo moderno e ha sancito la morte di Dio. La sua reazione però, a differenza di Schopenhauer, è il miraggio del superuomo, che, in quanto figlio dell’illuminismo, è volontà e potenza. Accettando la sofferenza l’uomo può raggiungere la felicità, sentendo forte in questo l’insegnamento di Dostoevskij «La sofferenza è la causa di ogni coscienza; senza sofferenza non si conosce la verità».

La tradizione spirituale umana si basa sulla negazione della volontà di vita e dell’esercizio della potenza, volgendo le spalle al mondo dei sensi. Il Buddhismo si fonda sulla convinzione che la sofferenza e il mal-di-esistere nascano proprio dall’attaccamento alla vita e dall’illusione propria dell’individuo, ma anche collettiva di poter dominare la realtà. Desiderio e sofferenza sono intrinsecamente connessi e scaturiscono dalla credenza nell’individualità (principium individuationis), ossia nell’esistenza reale di un ‘Io-sostanza’.
Arriviamo così alla seconda verità: sforzandoci di trovare qualcosa di permanente e stabile in un mondo transitorio, generiamo il nostro dolore, rintanandoci in noi stessi e percependoci come autosufficienti (anatta). Di qui il desiderio di autoannullarsi, che nei casi più estremi porta al suicidio per raggiungere la propria liberazione, come abbiamo detto, aborrito dai buddhisti. Ritroviamo nel Novecento quella finestra sul nulla di cui parla Emile Cioran, sulla scia di Schopenhauer.

Per il buddhista l’idea di un ‘sé’ che accoglie pensieri, emozioni, esperienze e azioni è solo una idea, un preconcetto, una fantasticheria. È l’attaccamento a questa idea che genera la sofferenza. Per questo la via che conduce alla liberazione da quello che oggi chiamiamo ‘il mal d’esistere’ ha come meta l’estinzione del sé, lo sradicamento dell’idea del sé.
Dalla seconda nobile verità deriva la teoria del karma e della rinascita. La liberazione della sofferenza è possibile. Il buddhismo non è una filosofia pessimistica; essa affida all’uomo la responsabilità di se stesso e del mondo intorno. È la sostanza della terza nobile verità: l’estinzione del desiderio spezza la catena che tiene prigioniera la coscienza, fino a liberarci. Questa via ci viene indicata dalla quarta nobile verità: la cessazione del dukka consente all’uomo di raggiungere il Nirvana attraverso l’ottuplice sentiero. Otto azioni praticate simultaneamente che consentono di perfezionare la moralità, la disciplina mentale, la saggezza: 1. Retta Comprensione; 2. Retto Pensiero; 3. Retta Parola; 4. Retta Azione; 5. Retta Condotta; 6. Retto Sforzo; 7. Retta Consapevolezza; 9. Retta Concentrazione.

La moralità attiene alla grande idea antica di ἀγάπη, amore universale e compassione per ogni essere vivente. La saggezza consente di raggiungere una pace interiore che, attraverso la meditazione, mira a colmare la mente, liberando l’uomo dal samsara, l’io che ammorba la nostra vita.

Riuscire a vivere con ‘mente pura’ è il fine ultimo dell’etica esistenzialista buddhista:

La mente precede tutti i suoi oggetti,
La mente è la sorgente e il dominatore: fatte di mente son esse;
Se parli o agisci con mente impura,
Allora la sofferenza ti seguirà,
Come la ruota lo zoccolo del bue.
La mente precede tutti i suoi oggetti,
La mente è la sorgente e il dominatore: fatte di mente son esse;
Se parli o agisci con mente pura,
Allora la felicità ti seguirà,
Come l’ombra che mai ti lascia.


(Dhammapada, versi 1-2)

Posted

16 Nov 2025

Storia e Filosofia


Laura Pavia



Foto dal web





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