"Non chiederci la parola"

Una poesia di Montale, manifesto del disagio esistenziale dell’uomo

Ossi di seppia ovvero ciò che resta della seppia sulla sabbia; un guscio prosciugato, uno scarto, quasi facente parte del mondo minerale piuttosto che animale. E la raccolta dal titolo eponimo si apre con la poesia “non chiederci parola” quasi un manifesto di allora e di oggi, di fronte ad una realtà quanto mai vaga e contraddittoria dove solo i supponenti e gli sfrontati possono dirsi certi del presente e del futuro.



L’osso di seppia è metafora della poesia stessa che testimonia la vita consumata nel vano tentativo di dare un senso e una risposta al dolore come Montale ci dice ne Spesso il male di vivere ho incontratonimento Non chiederci la parola, che apre la breve raccolta di ventidue liriche pubblicata nel 1925, il poeta ci dice con amarezza come sia impossibile per la poesia dare delle risposte, forgiare dei versi che possano svelare il senso del vivere: possono solo dire la negatività, lo sconcerto dell’uomo, la sua “non adesione” a certi principi dati come regole certe. Uno sgomento esistenziale che stride con l’onnipotenza di D’Annunzio e che si collega invece a Pirandello.

Ma ecco il testo:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

I poeti non possono dare spiegazioni dell’animo umano in un modo chiaro come lo è il fiore dello zafferano in mezzo ad un terreno incolto e polveroso.
Ci sono uomini che si credono portatori di verità e sono sicuri di se stessi e non vedono i lati oscuri che hanno e che sono come l’ombra che si riflette su un muro scalcinato.

Il poeta non può dare soluzioni per scoprire l’universo ma solo donare un balbettio stentato come un ramo secco per dire ciò che non è e non vuole esser considerato.
L’io lirico è qui un plurale rappresentato dai poeti con i quali Montale si sente in sintonia mentre l’interlocutore è un lettore che forse si aspetta dalla poesia risposte certe e chiarimenti ai sui dubbi. Il periodo è quello del fascismo da cui Montale prende le distanze già con questa poesia, in cui c’è quasi un compatimento per l’uomo sicuro di se stesso, ma è una lirica quanto mai attuale in un periodo in cui ci sono leader che assurgono al ruolo di premonitori del futuro e che vogliono imporre le proprie verità.
Attuale è anche questa inquietudine esistenziale, tipica del 900 ma anche del secolo XXI in cui depressione o “male di vivere” riguardano tutte le fasce d’età.
Potremmo dire dunque che Montale ha colto appieno il disagio dell’uomo moderno, con la perdita di quelle certezze che avevano caratterizzato le epoche precedenti e che anche scrittori come il già citato Pirandello o Italo Svevo non mancano di evidenziare.
Anche la scelta stilistica di tre quartine con rime incrociate e alternate riprendono apparentemente una forma chiusa di ascendenza classica, ma in realtà la misura dei versi, piuttosto varia e costruita intorno all’endecasillabo, evidenziano mancanza di una regola d’espressione definita.
Molti poeti oggi ritengono che la scelta della rima e del metro siano in qualche modo di ostacolo alla libertà creativa e un dover sottostare a regole che oggi non hanno grande valore ma il discorso divide gli studiosi e gli stessi poeti.
Certo è che anche lo stesso Pascoli agli inizi del ‘900, pur essendo un grande latinista, cambiò il modo di fare poesia, per non parlare dei futuristi, di Ungaretti e degli ermetici e questo può confermare il mancato riconoscimento di regole certe nell’arte e il disagio esistenziale che già si stava manifestando.

Posted

09 May 2025

Critica letteraria


Gabriella Paci



Foto dal web





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