La torcia e il violino di Mauro Montacchiesi è una raccolta di racconti che unisce tensione narrativa, finezza simbolica e profondità morale, costruendo un itinerario attraverso città, epoche e destini dove ogni scelta brucia e ogni suono lascia un’eco lunga. I personaggi – fotoreporter in lotta con l’etica della notizia, magnati imprigionati nel proprio successo, figli che dialogano coi morti attraverso i rituali, guardiani di castelli infestati più dalle colpe che dai fantasmi – si muovono su una linea di confine tra luce e ombra, tra dovere e desiderio, tra il bisogno di appartenere e quello di salvarsi. La torcia illumina, il violino vibra: insieme non offrono consolazioni, ma costringono a guardare in faccia la verità non dorata dell’esistenza.
Autore dalla lunghissima militanza letteraria, pluri-accademico e più volte premiato, Montacchiesi porta qui la maturità di una scrittura che conosce bene sia il ritmo della narrazione che il peso della responsabilità etica della parola. La sua prosa, cesellata e visionaria, intreccia luoghi simbolici (New York, Londra, le scogliere, i castelli del Nord e dell’Est Europa) e un fitto tessuto di proverbi e formule del parlato che, lungi dall’essere ornamento, diventano “ancore linguistiche” in un mondo instabile: appigli fragili ma necessari, che rivelano l’autoinganno o il coraggio dei protagonisti.
La prefazione (nota introduttiva) offre al lettore la chiave d’accesso più onesta: l’autore dichiara di voler esplorare la “geografia intima delle decisioni”, i punti di rottura in cui il rituale può essere catena o cura, la scelta atto di verità o fuga. È da lì che si comprende come ogni racconto sia una soglia: non soltanto trama, ma spazio d’ascolto, invito a percepire “ticchettii, vento tra le crepe e parole non dette” che definiscono chi siamo.
Ne risulta un libro compatto e insieme polifonico, che parla al lettore contemporaneo senza indulgere nel facile realismo né nel puro fantastico: una narrativa simbolica e civile, dove la libertà – personale, morale, artistica – resta sempre fragile, esigente, ma impre-scindibile. Un’opera che conferma Montacchiesi come voce autorevole e riconoscibile nel panorama letterario attuale.
In questo senso La torcia e il violino è anche un libro sulle responsabilità dello sguardo: ciò che vediamo, ciò che scegliamo di non vedere, ciò che trasformiamo in racconto per sopravvivere a noi stessi. I finali, spesso sospesi e mai pienamente assolutori, lasciano il lettore in una zona di inquietudine vigile, chiamato a proseguire idealmente il destino dei personaggi. La prefazione, con il suo invito a leggere questi testi come tappe di un itinerario etico ed esistenziale, non si limita a introdurre l’opera, ma la rispecchia e la rilancia, valorizzando la cifra stilistica e umana di Montacchiesi: uno scrittore che coniuga rigore, immaginazione e coscienza civile, offrendo una narrativa che non intrattiene soltanto, ma interroga.