Mare, montagna, lago e pianura: ogni paesaggio custodisce un’emozione diversa e invita a guardare il mondo con occhi nuovi. Ispirandosi a scrittori e pensatori, l’articolo propone un viaggio estetico tra luoghi familiari e scenari naturali, per riscoprire la bellezza che ci circonda anche senza partire
Estate… tempo di vacanze! Non solo per chi partirà per un viaggio o semplicemente per visitare una località in gita da un giorno, ma anche per chi resterà a casa, nel suo paese o nella sua città. Questo perché, come giustamente evidenzia Alain de Botton nel suo libro L’arte di viaggiare, si può cercare di essere turisti nella propria località di residenza, tentando di avere uno sguardo da turista carico di stupore nel vedere o rivedere con un’altra ottica tutto il bello che ci circonda. Allora in questo articolo cerchiamo di individuare un’estetica dei paesaggi geografici, lasciandoci ispirare da alcune pagine di letterati e intellettuali.
Heidi e il richiamo dei monti: un viaggio tra letteratura e sentimento
“Maladie de suisse”, così dichiara il dottor Classen una volta visitata Heidi, nella città di Francoforte, ospite pressoché “reclusa” dei Sesemann affinché faccia compagnia a Clara, e lontana dai suoi monti dove la aspettano l’amato nonno, l’amico Peter e il villaggio, con la baita e i numerosi animali. Così Heidi mani-festa sintomi quali il sonnambulismo, l’inappetenza, un pallore diffuso. Le stesse finestre dell’abitazione di Francoforte su cui si erge la bambina non le permettono di osservare le amate vette.
Consapevole che l’unico rimedio a tale stato d’animo è il ritorno, il medico si rivolge al padre di Clara chiedendo di far ritornare Heidi tra i suoi monti in Svizzera, nella località di Maienfeld, nel Canton Grigioni. In questo frangente entra in gioco il valore terapeutico della montagna, oltre che della natura in generale, come riscontra Franco Brevini, docente di letteratura all’Università di Bergamo, esaminando la dicotomia montagna - città: se da una parte Heidi soffre e si ammala di nostalgia nella città di Francoforte, ella rinasce, invece, quando torna ai suoi monti, dove avviene anche il “miracolo” di Clara, la quale incapace di muoversi a causa della poliomielite che aveva contratto da piccola, venuta in visita di Heidi, riesce a camminare senza sedia a rotelle.
Ci sono studi poco noti ai non addetti ai lavori, attraverso i quali è possibile meglio indagare su realtà acquisite come tali, dalle fondamenta sempre più vacillanti, avvolte da dubbi non solo interpretativi.
La coscienza collettiva di Jung ha avuto altri sostenitori, esperti ricercatori che hanno chiamato campo morfico una sorta di raccolta energetica cui tutti possono collegarsi, in grado di sostenere e modificare le capacità intuitive e comportamentali, lo stato di salute di un essere umano.
L’arte del mentire accomuna i popoli, separandoli. L’essere umano mente. Mente non solo a sé stesso ma mente in ogni circostanza ed in ogni occasione che lo veda relazionarsi con il resto del mondo. Una strategia difensiva nei confronti dei suoi accusatori ma anche attrezzata impostazione per tutelare se stesso dagli attacchi sferrati dai sensi di colpa.
Se ne è privo, tenta di ripulire gli errori, per dimostrare la integrità morale e comportamentale che mai dice di aver infranto.
Il dipinto dal titolo L’Universo composto dal monaco zen Sengai Gibon (Giappone, 1750-1837) prevede tre figure geometriche affiancate l’una all’altra (quadrato, triangolo e cerchio), suggerendo in maniera evocativa e sibillina che tali figure potrebbero costituire tre archetipi che, nel corso dell’evoluzione, si sono depositati in noi esseri umani, fungendo in questo modo da simboli universali (nell’accezione junghiana del termine), ovvero motivi costanti presenti in favole, sogni e miti.
Lo stretto legame esistente fra biochip naturali (cellule umane) e quelli artificiali
Celebriamo ormai l’evento morte, minimizzando la celebrazione del culto della vita, ormai ridimen-sionato, ritenuto dai potenti fastidioso ed ingom-brante. In molti, all’oscuro di questa gestione di rotta, hanno subito modifiche fisiche, strutturali, compor-tamentali e di pensiero.
Altri sono stati inseguiti da processi di deprivazione di cui non sono neppure consapevoli. Una trasforma-zione che non ha mai smesso di esistere. Altri ancora sono pronti per essere sottoposti a spensierate operazioni transumane, modificati in “cibernetici” sintonizzati con il mondo intero.
Si dice che chi è abituato a mentire, mente sempre. Chi ha tradito una volta, tradisce sempre. Quante volte ci ha tradito la scienza? La linea di condotta ufficialmente osservata da coloro che fingendo di evitare lo scientismo alterano la scienza ufficiale. Quotidianamente ci comminano disinformazione, la-sciando così inalterato il costrutto della matrice in cui tutti noi siamo immersi, ma da cui siamo fortemente condizionati.
Il sole baciava dolcemente le colline e il vento sussurrava tra i filari emozioni inaspettate. Proprio lì si ergeva un vigneto antico, custode di segreti e passioni dimenticate. Le viti, con i loro rami intrecciati, sembravano raccontare storie intrise di passione e desiderio, un linguaggio silenzioso che risuonava all’unisono con il paesaggio circostante. Ogni grappolo di uva, gonfio, succoso e provocante, era un invito a esplorare il profondo legame tra l’uomo e la terra, tra il vino e l’anima, tra sensualità e sentimento.
La viticoltura, un’arte impregnata di eros e sudore. Una tela da dipingere con cura con gesti delicati e precisi. Un rito sacro, un atto d’amore che si tramandava di generazione in generazione. I viticoltori, con mani esperte e cuori ardenti, accarezzavano le viti come se fossero amanti, comprendendo il loro linguaggio sottile. Un’espressione di creatività, un processo alchemico, una celebrazione attraverso sapori e amori.
Dalla natura di Leopardi alla società della tecnica
Giacomo Leopardi affermava in molti passi dello Zibaldone sinonimia di parole, ma di paradigmi e livelli entro cui si è svolta la vita dall’origine alla civiltà. L’uomo esce dalle mani della madre natura ed entra nell’ordine sociale, ai principi del ciclo vitale sovrappone le regole dei contesti sociali, che è costretto ad apprendere per destreggiarsi nella vita di comunità. Leopardi non vuole creare sinonimi, ma antitesi a tutto vantaggio della natura che, nel suo eterno ciclo, produce un’immensa varietà di forme e organismi, secondo un’infinità di gradazioni, con ritmo instancabile e con arte suprema.
Ne Il fu Mattia Pascal di Pirandello, Anselmo Paleari, rivolgendosi ad Adriano Meis (alter ego di Mattia Pascal) nella pensione di Roma introduce una celebre metafora, ricordata dai critici come espressione di una sorta di teoria filosofica che si potrebbe definire “lanterninosofia”.
Il lanternino simboleggia la nostra percezione della realtà circostante, la nostra coscienza soggettiva che è in grado di rischiarare solo una parte del mondo dinnanzi a noi. L’approdo di questa visione è chiaramente di tipo relativistico.
Gli scambi di auguri del nuovo anno, hanno consentito di modificare le richieste ma anche gli auspici espressi da non pochi, relativi alla presenza sul campo di un protagonista che credevamo in estinzione. Molte speranze rivolte agli accadimenti futuri hanno riguardato e riguardano il sollecito invito rivolto agli ebeti di modificare la codifica dei loro arzigogolati ragionamenti. Meglio sarebbe definirli vuoti ma anche dannosi.
Nell’era dell’umanesimo digitale, la poesia e i poeti sono necessari perché servono a dire al mondo globale in cui vivono che l’utopia non è qualcosa di irrealizzabile, ma qualcosa che si spera si realizzi nel tempo. La poesia serve perché il poeta parla non solo per sé ma per tutti, e anche quando dà la sensazione di scavare nel segreto più profondo della sua coscienza, anche quando si rinchiude nel privato dei suoi sentimenti, c'è nella sua poesia una forza sintagmatica che si snoda con un respiro universale, inclusivo ed originale.