Il dipinto dal titolo L’Universo composto dal monaco zen Sengai Gibon (Giappone, 1750-1837) prevede tre figure geometriche affiancate l’una all’altra (quadrato, triangolo e cerchio), suggerendo in maniera evocativa e sibillina che tali figure potrebbero costituire tre archetipi che, nel corso dell’evoluzione, si sono depositati in noi esseri umani, fungendo in questo modo da simboli universali (nell’accezione junghiana del termine), ovvero motivi costanti presenti in favole, sogni e miti.
Lo stretto legame esistente fra biochip naturali (cellule umane) e quelli artificiali
Celebriamo ormai l’evento morte, minimizzando la celebrazione del culto della vita, ormai ridimen-sionato, ritenuto dai potenti fastidioso ed ingom-brante. In molti, all’oscuro di questa gestione di rotta, hanno subito modifiche fisiche, strutturali, compor-tamentali e di pensiero.
Altri sono stati inseguiti da processi di deprivazione di cui non sono neppure consapevoli. Una trasforma-zione che non ha mai smesso di esistere. Altri ancora sono pronti per essere sottoposti a spensierate operazioni transumane, modificati in “cibernetici” sintonizzati con il mondo intero.
Si dice che chi è abituato a mentire, mente sempre. Chi ha tradito una volta, tradisce sempre. Quante volte ci ha tradito la scienza? La linea di condotta ufficialmente osservata da coloro che fingendo di evitare lo scientismo alterano la scienza ufficiale. Quotidianamente ci comminano disinformazione, la-sciando così inalterato il costrutto della matrice in cui tutti noi siamo immersi, ma da cui siamo fortemente condizionati.
Il sole baciava dolcemente le colline e il vento sussurrava tra i filari emozioni inaspettate. Proprio lì si ergeva un vigneto antico, custode di segreti e passioni dimenticate. Le viti, con i loro rami intrecciati, sembravano raccontare storie intrise di passione e desiderio, un linguaggio silenzioso che risuonava all’unisono con il paesaggio circostante. Ogni grappolo di uva, gonfio, succoso e provocante, era un invito a esplorare il profondo legame tra l’uomo e la terra, tra il vino e l’anima, tra sensualità e sentimento.
La viticoltura, un’arte impregnata di eros e sudore. Una tela da dipingere con cura con gesti delicati e precisi. Un rito sacro, un atto d’amore che si tramandava di generazione in generazione. I viticoltori, con mani esperte e cuori ardenti, accarezzavano le viti come se fossero amanti, comprendendo il loro linguaggio sottile. Un’espressione di creatività, un processo alchemico, una celebrazione attraverso sapori e amori.
Dalla natura di Leopardi alla società della tecnica
Giacomo Leopardi affermava in molti passi dello Zibaldone sinonimia di parole, ma di paradigmi e livelli entro cui si è svolta la vita dall’origine alla civiltà. L’uomo esce dalle mani della madre natura ed entra nell’ordine sociale, ai principi del ciclo vitale sovrappone le regole dei contesti sociali, che è costretto ad apprendere per destreggiarsi nella vita di comunità. Leopardi non vuole creare sinonimi, ma antitesi a tutto vantaggio della natura che, nel suo eterno ciclo, produce un’immensa varietà di forme e organismi, secondo un’infinità di gradazioni, con ritmo instancabile e con arte suprema.
Ne Il fu Mattia Pascal di Pirandello, Anselmo Paleari, rivolgendosi ad Adriano Meis (alter ego di Mattia Pascal) nella pensione di Roma introduce una celebre metafora, ricordata dai critici come espressione di una sorta di teoria filosofica che si potrebbe definire “lanterninosofia”.
Il lanternino simboleggia la nostra percezione della realtà circostante, la nostra coscienza soggettiva che è in grado di rischiarare solo una parte del mondo dinnanzi a noi. L’approdo di questa visione è chiaramente di tipo relativistico.
Gli scambi di auguri del nuovo anno, hanno consentito di modificare le richieste ma anche gli auspici espressi da non pochi, relativi alla presenza sul campo di un protagonista che credevamo in estinzione. Molte speranze rivolte agli accadimenti futuri hanno riguardato e riguardano il sollecito invito rivolto agli ebeti di modificare la codifica dei loro arzigogolati ragionamenti. Meglio sarebbe definirli vuoti ma anche dannosi.
Nell’era dell’umanesimo digitale, la poesia e i poeti sono necessari perché servono a dire al mondo globale in cui vivono che l’utopia non è qualcosa di irrealizzabile, ma qualcosa che si spera si realizzi nel tempo. La poesia serve perché il poeta parla non solo per sé ma per tutti, e anche quando dà la sensazione di scavare nel segreto più profondo della sua coscienza, anche quando si rinchiude nel privato dei suoi sentimenti, c'è nella sua poesia una forza sintagmatica che si snoda con un respiro universale, inclusivo ed originale.
La Shoah: come nasce la disumanizzazione. ciò che alimenta l’odio e ciò che può fermarlo
L’abbattimento dei cancelli di Auschwitz il 27 gennaio è il giorno in cui un progetto scellerato fallì lasciando sul campo milioni di morti, non arrivando al suo inaccettabile macabro, disumano obiettivo: cancellare dalla faccia della terra il popolo Ebraico ed altre minoranze. La sofferenza immane e il ricordo, la vicinanza, la partecipazione sincera servono a perpetrare l’abbattimento di quei cancelli, tenendo alta la attenzione perché quello che avvenne non capiti più.
Ma quale è l’antidoto?
!Una persona alla volta!. Il libro postumo di Gino Strada, un testamento civile che “inquieta” le coscienze
È morto il 13 agosto 2021 a Rouen in Normandia. Aveva settantatre anni. Nel 2015 aveva ricevuto il Nobel alternativo (Right Livelihood Award) per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra.
Gino non c’è più, ma Il suo spirito, contenuto in questo libro nato postumo, può dilagare ancora ovunque e, come direbbe Lorca, “inquietare” le coscienze, far riflettere, armare gli animi di coraggio, perché finalmente si raggiunga quello stato di spirito evoluto che ti fa spendere le energie per dichiarare pubblicamente e senza tema di essere preso per un ingenuo “guerra alla guerra”.
Chi pensa di essere in errore probabilmente ha ra-gione. Siamo sicuri di aver bisogno di essere distratti ancora di più di quanto già non lo siamo? Abbiamo bisogno di uniformarci condizionati dalla stupida gestione fatta di idiozia e denaro? Siamo così tanto sovrastati dallo stress della vita da aver bisogno di combatterlo annullando i benefici salutari che l’arte consegnata al cinema ci ha sempre distribuito. Dov’è l’errore?
La poesia, nell’Occidente ma non solo, sin dal mondo classico è stata intrisa dei valori dell’umanesimo. Da Omero a Virgilio, ai lirici greci passando per Dante e Petrarca, non c’è stata poesia che non abbia avuto, nella sua essenza più profonda, la presenza dell’ “humanitas” intesa nel senso dello scrittore latino Terenzio, che con questo termine indicava uno stile di vita giusto ed equilibrato ed un modo corretto di relazionarsi con le altre persone.
C’è chi pensa che non ci sia nulla da fare perché loro sono molto avanti rispetto a noi. Assomigliamo ai cavernicoli, ignoranti, ottusi, incapaci di pensare, soggiogati dal potere altrui. Potrebbe andare bene una interpretazione di questo tipo dal loro punto di vista ma non dal nostro. Se è vero che molti sono lontani dal voler cambiare, altri sono già parte del cambiamento e nel continuo lavoro svolto sono riusciti a capire che l’etereo è l’obiettivo cui dovremmo tendere, allontanandoci dalle fattezze materiali che contraddistinguono il “primitivo”.
Cara Mamma,
l’anima santa di dicembre porta con sé come una fiamma mai spenta la nostalgia di te. Se molte cose svaniscono l’immagine tua resta nell’aria fresca dell’inverno a scaldare come il camino dell’antica cucina i ricordi più belli.
Da troppo tempo non scrivo una lettera, questa vuole farsi, tra note veloci e mediatiche, la presenza fragile e testarda di un tempo recuperato per parlarti dopo tanto senza fretta di ciò che è dentro di me da sempre.
Quando la tecnologia sfiora l’anima
L’intelligenza artificiale ha smesso da tempo di essere solo un motore di calcolo. È entrata nel quotidiano con una discrezione che ormai non sorprende più: conversa, ascolta, consiglia, accompagna. E, in alcuni casi, consola. In questa nuova familiarità si nasconde però una domanda decisiva, che non riguarda soltanto l’innovazione, ma la struttura stessa dell’umano: che cosa accade alla sacralità della persona, alla sua dignità più intima, quando il legame con l’altro passa anche attraverso una macchina?
La questione è tanto più urgente perché l’IA non vive ai margini della vita, ma nel suo centro: linguaggio, scelte, relazioni, perfino solitudine. E se è vero che nessuno strumento è neutro, è altrettanto vero che, quando lo strumento entra nel territorio dei senti-menti e della coscienza, non è più soltanto un mezzo: diventa uno specchio, talvolta una guida, talvolta una tentazione.
Perché gli dèi non salvano il mondo (ma l’uomo sì)
C’è una domanda che attraversa il nostro tempo con la stessa ostinazione con cui attraversa la Divina Commedia: perché il sacro tace proprio quando il mondo sembra averne più bisogno?
Non è una domanda teologica, né astratta. È una domanda esistenziale, che nasce quando il dolore non trova risposta e la preghiera sembra rimbalzare contro un cielo vuoto.
È riaffiorata, un paio di giorni fa, con una semplicità disarmante, durante uno degli incontri di approfondimento sulla Divina Commedia condotti da Michele Addante.