Domenico Pisana

L'invidia, un moto dell'anima

...tanto velenoso quanto inconfessabile

L'invidia è un vizio che ha la sua radice nella superbia e che ne genera altri a catena, come l’odio, la rabbia e il rancore. Ma cos’è precisamente l’invidia? Il termine, dal punto di vista etimologico, indica una negatività: dal latino “invidere”, che significa proprio gettare il malocchio, guardare qualcuno con ostilità.
Se per il Dizionario della lingua italiana si tratta di un “sentimento di cruccio astioso per la felicità, la fortuna, il benessere altrui”, per il cristianesimo è, però, qualcosa di più, è un “correre dietro al vento”, è un vivere la vita con una forte mancanza di pace e con una distruttiva amarezza interiore che può provocare persino delle malattie, tant’è che il libro del Qoelet (4,4) afferma: “Ho anche visto che ogni fatica e ogni buona riuscita nel lavoro provocano invidia dell’uno contro l’altro. Anche questo è vanità, un correre dietro al vento”.

Leopardi a 183 anni dalla morte

La testimonianza affettiva del poeta in due lettere al padre

Ricorre quest’anno il 183° anniversario della morte di Leopardi, avvenuta nel 1837. Voglio ricordarlo, riportando una testimonianza affettiva del poeta in due lettere al padre: la prima del 1827, la seconda del 1828.
La critica leopardiana non è stata esente da tendenze riduttivistiche che hanno, a volte, eliminato completamente dall’orizzonte del poeta recanatese la dimensione della fede religiosa.
Studi, ricerche, approfondimenti, hanno sempre guardato con sospetto l’idea di una “presenza divina” nella poetica del Leopardi, sulla base di assiomi che hanno trovato la loro legittimazione nell’itinerario lirico del sentimento leopardiano, spesso interpretato in termini di negazioni riflesse anticristiane ed antiteistiche.

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