Lorenzo Spurio

Fabio Strinati

Nei cinque sensi e nell’alloro

La biografia artistica (e non solo letteraria) di Fabio Strinati, autore che vive immerso nella campagna della provincia maceratese, è lunga e cospicua. Essa – si potrebbe dire – parte da lontano e non è un mero fatto occasionale nella sua vita, un elemento laterale atto al riempimento di tempo, quanto frutto di una continua ricerca sulla parola che deriva da un sondaggio pervasivo della sua interiorità e delle relazioni col contesto ambientale. Così dalla sua Esanatoglia – un borgo con pochi abitanti che, più di altri, conserva ancora quel senso di autenticità e di passato comunitario nel quale s’iscrivono valori e insegnamenti – la sua opera poetica si estende, fluente, proprio come il fiume Esino che da lì nasce per percorrere nel tragitto digradante comune ai fiumi marchigiani “a pettine” un tragitto che lo riconduca all’essenzialità dell’unione con l’infinito delle acque dell’Adriatico.
Fabio Strinati è nato a San Severino Marche (MC) nel 1983, è poeta, scrittore e compositore. In campo letterario ha debuttato nel 2014.

I poeti della fine del mondo: Niní Bernardello

È stata una delle poetesse e degli artisti plastici più importanti della Terra del Fuoco, maestro e conduttore di poesia, uno dei principali riferimenti della letteratura del Rio Grande

Da un lavoro saggistico sulla poesia della Terra del Fuoco argentina in fieri mi piace – e mi sembra idoneo in questo ambito – anticipare, estraendo alcuni contenuti, il profilo letterario di una delle voci senz’altro più distinte di quella terra, assieme a quelle di Julio José Leite (Ushuaia, 1957-2019, Oltre a Río Grande, l’altro grande centro urbano della Terra del Fuoco argentina è Ushuaia, sua capitale) e di Anahí Lazzaroni (La Plata, 1957 – Ushuaia, 2019), ovvero Niní Bernardello.

Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana

Luca Starita prova a darci un’idea di come l’elemento queer, strano, peculiare, omosessuale (in tutte le sue accezioni) sia sempre stato presente anche in libri insospettabili

Canone ambiguo (effequ, Firenze, 2021) dello scrittore e saggista Luca Starita, è un volume che si presenta senz’altro curioso, tanto per i temi che si propone d’indagare e toccare (tanto è vasta la materia che ha deciso di fare una sua meticolosa scelta di cosiddette Autoritas in quanto al tema del queer) quanto per la forma.
Ci troviamo dinanzi a un saggio, come il sottotitolo dell’opera – Della letteratura queer italiana – ben richiama, sebbene la strutturazione dei contenuti, così pure come l’originale sistema argomentativo, fanno pensare anche a una narrazione intima, a una sorta di diario personale.
L’argomento che ci si è posti quale discorso incipitario e propedeutico di tutto lo studio è quello della letteratura queer.

Nadia Herawi Anjuman e Susana Chávez Castillo

Poetesse che hanno pagato con la propria vita l’impegno civile e la denuncia contro la violenza

Il concetto di civile ciò «che concerne l’uomo come partecipe di una società organizzata in Stato». A tale descrizione del lemma seguono una serie di definizioni tese a indagare, nel correlativo che si esprime tra tale aggettivo e il sostantivo relativo, un mondo di possibilità, condizioni, stati, significazioni, come ad esempio, il coraggio civile che è concetto virtuoso e filantropico; i diritti civili che sono quelle norme che regolano i comportamenti tra cittadino e Stato, la guerra civile che è uno scontro interno, tra cittadini dello stesso stato e tante altre. Questi tre aspetti mi sembrano pertinenti per quanto di seguito si dirà.

Vorrei considerare a continuazione l’impegno di difesa personale e morale di due donne che, in contesti geografici diversi e in analoghe condizioni di prevaricazione da parte dell’uomo, hanno impiegato l’unica arma (bianca) della parola per condannare le asperità delle loro vite soggiogate al delirio superomistico dei loro mariti-despoti.

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