Alias
"terremoto"

L’efficacia del soprannome nella civiltà contadina, era tale che si trasmetteva di persona in persona e diventava l’unico identificativo dell’individuo che veniva sostituito al proprio cognome anagrafico

Su un quotidiano locale è stato recentemente ricordato che ancora nel 1956 un articolo – riportato su Il Tempo illustrato – deplorava che nel mio paese sui manifesti di morte affissi ai muri, per rendere identificabile il defunto, si aggiungesse il suo nomignolo, appellativo talvolta sudicio quanto indecente.

Questo trafiletto mi ha riportato agli anni della mia infanzia, nei primi anni ‘60. All’epoca nei piccoli centri – come quello in cui sono nato, cresciuto e dove conto di vivere finchè il Signore mi darà vita – c’era ancora l’uso, per distinguere le famiglie, di associare al cognome un nomignolo (alias): il suddetto derivava di solito da caratteristiche morali, fisiche, magari associate al lavoro svolto, o a fatti che avevano talora visto coinvolto qualche componente di quella famiglia.
A tal proposito da ragazzo, quando qualcuno mi chiedeva “di chi sei figlio” non bastava pronunciare il cognome del genitore: si rendeva infatti necessario precisare il soprannome con il quale era nota la mia famiglia. Di ciò mi vergognavo non poco: mio padre al riguardo raccontava di come e perché per riferirsi a noi e a lui, si utilizzasse il nomignolo “terremoto”.

Mi ripropongo perciò qui di raccontare i fatti così come lui li raccontava a me: tutto nacque da un episodio che aveva visto come protagonista suo nonno – o comunque un suo avo – intorno alla fine dell’Ottocento. Questo suo avo era solito accompagnarsi ad un vecchio asino, che utilizzava per recarsi in campagna a lavorare: essendo l’animale piuttosto malridotto non gli era possibile cavalcarlo, e non possedendo un traino da attaccare, caricava su di lui il suo basto di legna e di quel che aveva prodotto nel suo fondo.
Alla sera, quando era giunto il momento di tornare a casa, si avviava per la strada tenendo l’asino per il muso. La sua casa si trovava nel rione “Terra”, nel centro storico del paese: per accedervi occorreva salire su per una strada ripida e impervia che l’animale, stanco dopo una giornata di lavoro, affrontava sempre con molta fatica. Lungo quella strada si trovavano botteghe di ogni sorta di artigiano: calzolai, sarti, barbieri, cappellai, fabbri, lattonieri, che di generazione in generazione, di padre in figlio, si passavano il negozio continuando lo stesso lavoro.
Oggi quegli stessi locali sono occupati da negozi di souvenir che vendono la loro merce ai tanti turisti intruppati nel centro storico per diversi mesi all’anno: ma negli anni di cui vi parlo quella strada e quelle botteghe di artigiano erano cambiate di poco rispetto al momento in cui i fatti si svolsero. Per questo con la fantasia rivivevo il racconto di quell’episodio, associandolo a quei luoghi che negli anni erano rimasti immutati.

Le botteghe erano ubicate in spazi angusti e con poca luce: gli artigiani spesso svolgevano il lavoro anche all’esterno, sulla strada, e mentre lavoravano commentavano – anche in maniera salace – tutto ciò che accadeva intorno a loro. Quale miglior divertimento poteva essere per costoro vedere quell’asino che a fatica trascinava le sue ossa storte dietro al proprietario? La vista di quella scena provocava una certa ilarità, così pensarono bene di accordarsi tra loro per coglionare l’animale e il suo padrone: al loro passaggio si divertivano a dire “ih-ih” all’asino che puntualmente si fermava, e il padrone era costretto con i suoi “ahah” a disperarsi per convincerlo a riprendere la salita. Proseguendo sulla strada la scena si ripeteva più e più volte, e ancora per una sera, due sere, tre sere: e inutilmente il mio avo insisteva nell’invitarli a smettere di provocarli, sia l’asino che il padrone.
Così accadde che a un certo punto, seccato come non mai dopo che la messinscena si era ripetuta per l’ennesima volta, il padrone dell’asino fu preso da un attacco di nervi: estratto dal basto dell’asino un lungo bastone, iniziò perciò a rompere le vetrine dei negozi, e non solo quelle. Alla fine di quello sconquasso, oltre ai vetri si contò anche qualche testa rotta. Portato in giudizio, al colpevole fu richiesto il pagamento dei danni, che però si rifiutò categoricamente di pagare perché a suo dire erano state le loro continue provocazioni ad indurlo a perdere il lume della ragione.
Così il giudice, facendo proprie le giustificazioni addotte, condannò gli artigiani al pagamento delle spese di giudizio: in conclusione furono loro ad essere battuti e fottuti. Da quel momento in poi nessuno di loro si azzardò più a fiatare quando il padrone col vecchio asino passava per la strada: si rintanavano nelle loro botteghe, e con cenni d’intesa tra di loro sussurravano “eccolo, passa ‘terremoto’ ”.
Questo fu dunque il nomignolo che gli fu affibbiato, e che rendeva riconoscibile la mia famiglia ancora negli anni della mia infanzia. Col passare degli anni questa abitudine di distinguere le famiglie utilizzando il soprannome di qualche avo è fortunatamente scomparso: ma rimane ancora nelle menti delle persone della mia età, come retaggio della società contadina di allora, e di un tempo che non c’è più.

Posted

10 Jun 2020

Pensieri e riflessioni

Carmelo Zurlo



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