L’eredità dell’uomo

Riflessioni su Poesia paesaggio di Paolo Bassani

Trovo, nella prefazione di Giuseppe Sciarrone alla raccolta, una convincente e condivisibile constatazione: “Il titolo stesso ci avvia ad intendere che il sentimento ispiratore di questa silloge è quello […] di creare una simbiosi armonica tra gli elementi paesaggistici della terra di Liguria e la vita interiore del poeta. Paesaggio d’anima, dunque, il suo: di qui l’assenza del descrizionismo impressionistico.




Scorrendo i versi non si nota, in effetti in Bassani, nessun intento volto unicamente a rappresentare assecondando un gusto essenzialmente visivo, com’era proprio della corrente artistica che prese le mosse dalla pittura per poi estendersi alla letteratura (gli scrittori della Voce: si pensi ad un Soffici o, in parte, allo stesso Papini che, all’inizio del secolo scorso, vollero proporre un genere derivante dall’immediata e diretta raffigurazione della natura e della realtà).
Ci sono – è vero – tanti luoghi fisici, tanti ambienti, tanti panorami, ma la loro presenza assurge a valore simbolico più che concreto, aspira a fissarsi nell’anima più che negli occhi.
Da Ai casoni, una delle prime liriche che s’incontrano: “Una bianca croce,/ un piccolo santuario/ di pietra,/ una baita degli Alpini,/ la fattoria/ al limitar dei prati/ segnano l’antica civiltà/ della natura./ Ormai lontani/ sono i rumori,/ le vie convulse,/ le ciminiere cupe:/ …/ Così, ampio si fa il respiro,/ e nel profumo/ di montagna/ serena l’anima rinasce.

Non si tratta di un paesaggio bucolico o, meglio, non si ferma la penna del poeta quando, per contrapposizione (pur avvertendone la lontananza), lascia traccia di fumi neri e di rumori concitati. Non si arresta perché sa che le ciminiere si sono ridimensionate: sono diventate dei nani rispetto alla maestosità ed alla fierezza delle montagne; perché sa che i profumi possono coprire qualsiasi tanfo rendendo l’aria respirabile e pura.
Lo scopo precipuo dell’illustrare (il piccolo santuario, la baita degli Alpini, la fattoria) è quello di vivificarle, di sentirsele dentro quelle costruzioni così che vadano a (ri)popolare il paese martoriato dell’anima. “Serena l’anima rinasce” – scrive Bassani – rinasce perché mai muore l’anima. Intossicata dai fumi di quelle ciminiere risorge come l’araba fenice dalle proprie ceneri. È esattamente questo che fa il poeta: “si mette sulle spalle” quei luoghi, quelle case, e se li porta a valle; fa il pieno di ossigeno e combatte lo smog delle fabbriche. Ma, soprattutto, riconosce la vera, la sola civiltà, “l’antica civiltà della natura”. Dov’è la civiltà dell’uomo? È mai esistita? Anche quando le vie non erano convulse e non esistevano le ciminiere cupe, ci affaticavamo a combattere la Madre in nome di un’emancipazione solo apparente poiché stavamo gettando le basi della schiavitù e dell’asservimento a noi stessi.

Il Nostro ha “tanta sete d’alba e di rugiada”: è la sete che mette la poesia, non è bisogno di “ombra cupa di cipressi” ma di “fresco, tenero verde” di castagni. Ancora una volta, nulla di idilliaco: come nel Vino delle cinque terre, “c’è la vita paziente/ solitaria/ dura:/ fatica strenua/ e amore inesausto/ di millenni”.
Sarebbe facile e – lasciatemelo dire – finanche presuntuoso abbandonarsi all’idealizzazione della vita campestre; certo: presuntuoso, perché la serenità non ci viene regalata in quanto depositari di una supposta superiorità antropologica (non esistono esseri viventi più degni di altri).

Così, Bassani, ne All’olivo, dichiara apertamente la propria umiltà, con una levità di rara efficacia: “Non cerco/ alberi solenni/ che non lasciano/ filtrare il sole,/ ma alla tua ombra lieve/ umile olivo,/ lieto mi adagio/ e finalmente queto./ Seguo la tua vita/ ricurva e saggia/ vestita d’anni/ e di licheni…”.


Non cerca l’imponenza ma la modestia, la semplicità; e come la trova? “Ricurva e saggia”: non facciamoci sfuggire quel “ricurva”, causa e ragione della saggezza, della forza millenaria che permette di vestirsi di licheni. Umiltà che ritorna ne L’elicriso cui altro non serve che “un pugno di terra/ tra le pietre”, lui che “nessuna cura (chiede)” ma “generoso (s’apre)”.

È questa la terra che viene cantata in queste pagine: “Luminosa terra/ di Liguria/ aspra di rupi/ a picco sul mare/ e gentile di vigneti/ squadrati a scala/ pietra su pietra/ verso altezze serene…”, luogo aspro e gentile dove il poeta respira la vita e la vita respira il poeta; una terra che, come la luce, resiste ad ogni “oscurità” e si spacca – come un grembo, si schiude – alla nascita, alla “forza d’un (nuovo) germoglio”.
Laggiù sull’autostrada/ colonne senza fine/ forse cercano lontano/ questo mondo di serenità” (da La casa del biancospino), senza sapere che qui si può raccogliere “l’eredità dell’uomo”.

Posted

03 Apr 2021

Critica letteraria

Sandro Angelucci



Foto dal web





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