L’identità dell’artista con la sua opera

Il compito più difficile per un artista (e con questo termine mi riferisco a chiunque si approcci a una qualunque delle arti, sia essa pittorica, poetica, narrativa, ecc.) è quello di superare la barriera tra soggetto (l’artista) e oggetto creato.
Ovvero arrivare al punto della perfetta concordanza, tra soggetto e oggetto, alla completa o parziale identificazione del soggetto con l’opera creata, e quindi dell’opera con il soggetto.





Questo processo può avvenire o in forma alienata (distaccata dal Sé, in cui l’opera non viene più sperimentata come il prodotto della propria azione ma come qualcosa di esterno e indipendente da se stessi; questo avviene tramite il processo illusorio di proiezione delle nostre qualità sull’oggetto creato). In tal caso porta a un depauperamento delle proprie facoltà produttive e, in seguito, nel progresso della regressione, a forme di identificazione psicotica (di tipo simbiotico) che ricalcano in chiave simbolica i modelli ancestrali delle primitive relazioni oggettuali tipiche dell’infanzia.
Ovviamente questo innesca la paura della fusione con conseguente sensazione di smarrimento del Sé all’interno della propria opera, quasi come non fosse il prodotto del nostro lavoro ma un qualcosa a se stante, dotato di vita propria; un’altra “entità”, un sostituto di un oggetto d’amore.

Oppure, può avvenire in chiave produttiva, ovvero nell’abbattimento della distinzione tra soggetto e oggetto inteso come perfetta concordanza tra affettività, sentimenti dell’artista e opera da lui creata, così che l’opera non sia più oggetto ma estensione del soggetto. In modo tale che l’oggetto non rappresenti l’oggetto in sé, ma il processo affettivo dell’artista (consapevole) che ha preso una determinata forma; determinata a sua volta dall’affettività del suo artefice.
L’oggetto deve smettere di essere oggetto e divenire “processo”, l’opera deve perdere la caratterizzazione dell’avere, tipica del possesso di oggetti e divenire un processo di “esperimento” del proprio Sé e delle proprie capacità.

L’artista mentre crea la sua opera e, a posteriori, mentre la guarda realmente, ovvero con interesse (dal lat. interesse “essere in mezzo”; partecipare) non deve vedere l’oggetto in sé, ma le sue emozioni, i sentimenti, le facoltà, in una parola il suo “essere” che grazie alla fantasia e al processo creativo riesce ad ampliare i suoi orizzonti plasmando nuovi sentimenti, affetti, categorie di pensiero, codici morali... ecc. Ovvero ad ampliare e diramare attraverso infiniti capillari le vie della propria facoltà di sentire, di immaginare, di conoscere e di entrare in relazione empatica con il prossimo tramite la sua opera, o meglio, data la concordanza (opera/autore) poc’anzi esposta, tramite la comunicazione del proprio “essere” al mondo, così che non si risolva in un autocompiacimento narcisistico, ma (prendendo a prestito e riplasmando la terminologia della Mahler) in un processo di continuo “schiudersi” del Sé nei confronti della realtà esterna, che generi, tramite contagio emotivo (Le bon), uno schiudersi reciproco e collettivo degli individui.

A quel punto potremmo arrivare a definire l’arte nella sua identità con l’artista, nel senso che ho appena delineato, come un processo che muove le azioni dall’ontogenesi per approdare nella terra della filogenesi; da patrimonio del singolo, a eredità dell’uomo.
A questo punto, per approfondire l’argomento, potremmo porci alcune domande inerenti alla filosofia dell’estetica, del tipo:
Quando un’opera risulta interessante, e quindi capace di suscitare partecipazione emotiva nel prossimo?
Quale forma estetica dovrebbe assumere l’arte perché riesca a suscitare interesse e ad essere diretta espressione della nostra essenza?
Ovviamente, per esigenze di spazio non mi sarà possibile in questa sede esaurire completamente il tema, ma proverò quantomeno a farlo per sommi capi dando un’unica risposta che comprenda la soluzione a entrambe.

Credo innanzitutto, che a nessun artista sia lecito non curarsi della “forma”, poiché ogni contenuto deve avere una forma adeguata per potersi esprimere; come Croce, ritengo che non vi sia forma realmente estetica se non è apportatrice di contenuti, e che non esista contenuto che possa essere apprezzato se non vi è possibilità di esprimerlo con mezzi specifici e adeguati alla sua natura.
Il “giusto mezzo” di espressione è quello che riesce a veicolare i messaggi e le emozioni desiderate, ed essi sono apprezzabili solo se si incarnano nei modi con cui vengono espressi. Quindi, la forma deve essere curata in quanto è “proiezione del contenuto”, ovvero, è già di per sé “contenuto”. L’“estetica” dell’arte è già “sostanza”. Una tecnica sterile e artificiosa, fine a se stessa, oppure un’esecuzione banale e trascurata – nonostante possa esserci l’intenzione da parte dell’artista di esprimere contenuti elevati – darà origine a concetti sterili e artificiosi, nel primo caso, o, nel secondo caso, a concetti banali e abbozzati. Quindi per loro stessa natura incapaci di suscitare vero interesse nell’altro, in quanto ogni forma diviene materia di interesse in grado di smuovere gli animi soltanto se capace di apportare significati che generino emozioni stimolanti.
È il contenuto delle nostre opere che suscita l’interesse in colui che ne fruisce, e il reale godimento estetico avviene soltanto nel momento in cui la forma è diretta espressione del contenuto, poiché è da esso che scaturisce la nostra percezione della bellezza o meno di una determinata forma.

Adesso mi sia lecito, con un po’ di azzardo, dipanare il fil rouge dei concetti appena esposti e collocarli nel giusto milieu metafisico.
Se, come abbiamo detto, l’artista deve riuscire a identificarsi con l’opera, in quanto la sua arte diviene diretta espressione della sua essenza, e in seguito nella nostra breve teoria dell’estetica abbiamo asserito che ciò che rende un’opera interessante, e quindi capace di creare compartecipazione, è il proprio contenuto con i suoi significati, che a sua volta per essere apprezzato necessita di essere espresso con una forma adeguata ad esso, ne consegue che un’opera nella quale l’artista sia riuscito a esprimere pienamente la sua essenza superando la barriera che lo separa da essa, risulti piacevole o meno in base all’essenza di chi l’ha prodotta. Quindi, quanto più sarà virtuosa l’essenza del suo artefice e quanto più la sua opera acquisterà valore; ovviamente ciò verrà apprezzato o deprezzato a seconda che il fruitore sia attratto dalla virtù o dalle passioni regressive. Ma essendo la virtù potenza, possiamo affermare che quanta più virtù possiede l’artista (capace di raggiungere l’identità con la sua creazione) più potente e capace di trasmettere energia vitale sarà la sua opera d’arte.
Concludo asserendo che l’identità dell’artista con la propria creazione consente di veicolare direttamente la sua essenza (o parte di essa), e quindi l’opera con i suoi contenuti e la sua estetica, in quanto specchio di una porzione dell’essere del proprio creatore, risulterà necessariamente spontanea, autentica, appagante per il suo artefice, in perfetta concordanza di forma e contenuto, e bella in relazione al proposito che esso si è prefissato nel suo processo di realizzazione: l’espressione della totalità o di una parte del suo essere.

Posted

01 Dec 2021

Pensieri e riflessioni

James Curzi



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