Enzo Tortora. Il dramma di un innocente

Il dramma senza fine della giustizia tardiva. Ricorre quest'anno l’anniversario di una delle pagine più nere della giustizia italiana.

Sono cresciuta in un ambiente culturalmente molto elevato ed i miei cari, oltre a donarmi tanto amore, mi hanno insegnato il rispetto della legalità e della giustizia e l’importanza della cultura che – come diceva sempre il nonno ricordandomi la frase storica di Seneca: “sii servo del sapere se vuoi essere veramente libero” – è la fonte primaria della nostra libertà. Affascinata dai racconti del nonno, grande avvocato penalista e convinto antifascista, sognavo di diventare un giorno un giudice per difendere con tutte le mie forze i diritti di ogni individuo e per cer-care di fare trionfare sempre la giustizia basandomi esclusivamente su indizi univoci, precisi e concor-danti, idonei ad assurgere con assoluta certezza a dignità di prova inconfutabile.


Amavo moltissimo la storia e la filosofia e nel corso degli studi ho avuto modo di leggere i pensieri e le opere del grande filosofo Lucius Annaeus Seneca, mente eccezionale, le cui riflessioni profonde e vere restano valide ancor oggi.
Affrontando il tema della giustizia Seneca, in grande anticipo sui tempi, affermò che la giustizia è la regina delle virtù e che niente assomiglia tanto all’ingiustizia quanto la giustizia tardiva. Ed invero la giustizia non deve solo garantire a ciascun individuo i propri diritti, ma deve anche farlo per tempo al fine di non distruggere le aspettative di vita, i sogni e le relazioni sociali delle persone che si trovano a vario titolo coinvolte in procedimenti giudiziari. In un passo delle sue epistole a Lucilio spiegò anche: più volte ti toccherà di essere giusto anche a prezzo del tuo buon nome, ma se sei saggio, ti deve far piacere il discredito che hai nobilmente acquistato per aver operato bene. (Ad Luc. 113, 31, 32 passim).

Il mio desiderio si è avverato e nell’esercizio della mia professione ho sempre cercato di mantenere fede al principio di assicurare una giustizia rapida in tempi ragionevoli ed ho spesso sacrificato la mia libertà per decidere, nel più breve tempo possibile, anche con sentenze severe, ma giuste, il destino della gente.

Proprio questo pensiero di Seneca, al quale mi sono sempre ispirata durante tutta la mia carriera, mi ha fatto ricordare il dramma di un innocente, Enzo Tortora, che desidero riepilogare, sia pure sinteticamente, essendo trascorsi quarant’anni da quella terribile, assurda vicenda che cambiò per sempre la vita di un uomo perbene.
Penso che nessuno di noi abbia dimenticato la data del 17 giugno 1983, quando il TG. mostrò la foto del noto presentatore televisivo Enzo Tortora, conduttore della trasmissione Portobello, prelevato all’alba mentre dormiva e tratto in arresto perché accusato di associazione a delinquere camorristica finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Il suo arresto non fu isolato, ma avvenne nell’ambito di una maxi-retata che portò all’arresto di circa 900 persone, tra le quali Renato Vallanzasca e il presidente dell’Avellino calcio, Antonio Sibilia. L’obiettivo dell’operazione era la Nuova Camorra Organizzata guidata dal feroce bandito Raffaele Cutolo. Il suo arresto, definito con manette spettacolo fu una vera gogna mediatica. La notizia, data con grande risalto e, oserei dire, con la freddezza crudele del giornalista, fece il giro del mondo. Rimanemmo increduli e smarriti di fronte ad un’accusa che ci sembrava, al momento, priva di prove certe.

Dopo il suo arresto, avvenuto mentre Tortora si trovava all’hotel Plaza di Roma, uscì un articolo su un quotidiano milanese che dava Tortora già condannato prima ancora che venissero esaminate le prove a suo carico e si accertasse la verità. Ricordo benissimo tutti i particolari perché all’epoca facevo parte del collegio giudicante che doveva esaminare l’accusa di diffamazione aggravata mossa ai giornalisti e come giudice relatore fui proprio io a scrivere la sentenza di condanna degli autori dell’articolo mettendo in risalto che coloro che l’avevano scritto e pubblicato avevano dimenticato il dettato dell’art. 27 comma secondo della Costituzione che, nel cristallizzare il principio di presunzione d’innocenza, recita che L’imputato non è considerato colpevole fino a sentenza divenuta definitiva. E con la nostra decisione fummo i soli magistrati a difendere in tempi brevi il suo onore e la sua reputazione.

Nel corso del processo penale il pubblico ministero definì Tortora cinico mercante di morte e aggiunse: Più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza. Le “prove” erano, purtroppo, la parola di tre presunti pentiti, Giovanni Pandico, un camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo, Giovanni Melluso e Pasquale Barra. Le loro assurde confessioni, rese, peraltro, a distanza di mesi dal suo arresto e, quindi tardive, diedero il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti “pentiti” che accu-sarono Tortora di aver spacciato droga nei camerini della televisione con sacchetti di plastica pieni di cocaina con persone ignote che lo pagavano in contanti con dichiarazioni riprese da quelle dei primi pentiti, del tutto inventate e rilasciate dopo che la notizia del suo arresto era stata diffusa da televisioni e giornali al solo fine di poter godere dei benefici della legge sui pentiti.





Terribilmente triste ed inquietante fu l’intervista rilasciata dalla figlia di Tortora, Silvia, che precisò che oltre alle dichiarazioni di Giovanni Melluso, Giovanni Pandico e Pasquale Barra e degli altri sedicenti pentiti, non c’erano indizi a carico del padre, che Tortora non fu mai pedinato per accertare se davvero fosse uno spacciatore e un camorrista, che non vennero mai fatte ispezioni bancarie o intercettazioni telefoniche e che nessuno verificò i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e che si diceva fossero di Tortora; che, quindi, le accuse del pubblico ministero erano fondate sul nulla.
Pannella prese a cuore la vicenda giudiziaria e personale di Tortora e lo candidò al Parlamento Europeo nelle liste radicali. Dopo essere stato eletto, Tortora chiese che venisse concessa l’autorizzazione a procedere, che invece all’unanimità venne negata. E allora Tortora – che, con un impegno da molti dimenticato o sottovalutato, si stava dedicando ad una battaglia per una giustizia giusta, essendo i temi della giustizia e del carcere diventati la “sua” ossessione – si dimise con un comportamento che metteva in risalto la sua serietà e il suo orgoglio e si consegnò all’autorità giudiziaria.

Alla fine del processo i difensori di Tortora, con una preparazione giuridica straordinaria e con una passione che andava ben al di là del dovere professionale, fecero due arringhe memorabili che ho avuto la forza di ascoltare su radio Radicale. L’avv. Della Valle, grande giurista, avendo il compito di demolire l’accusa, si soffermò, durante un’arringa durata nove ore a smontare tutte le accuse, evidenziando che, salvo le parole dei c.d. pentiti, non vi era alcuna prova sicura a carico di Tortora e ricordando, tra l’altro, che, secondo l’impianto accusatorio, Tortora sarebbe stato visto addirittura al bar Manara di Milano – bar che si trovava di fronte ad una delle porte d’ingresso del Tribunale e frequentato da magistrati e da avvocati – mentre confabulava con quelli che dovevano essere i suoi complici e che nessuno aveva mai avuto l’idea di chiamare a testimoniare persone del bar per avere conferma della sua presenza un giorno in quel luogo certamente non sicuro per Tortora, persona molto nota a causa della sua professione.

Mise anche in risalto il fatto che nel processo non fosse mai comparso il nome di Raffaele Cutolo – capo di quella Nuova camorra organizzata che aveva messo a ferro e fuoco la Campania per prenderne il controllo e contro cui venne organizzato il grande blitz del 1983 – avrebbe dovuto suscitare seri dubbi e perplessità tanto più che quando Cutolo e Tortora si incontrarono nel carcere dell’Asinara, il boss gli disse: Dunque, io sarei il suo luogotenente? Sono onorato di stringere la mano ad un innocente. E anche dopo la morte di Tortora Cutolo continuò a sostenere che Tortora era innocente e che il suo nome era stato fatto per sviare il processo Cirillo.

Dall’Ora, esimio avvocato, dopo aver esordito dicendo che era inutile parlare dei fatti storici dopo le precisazioni fatte dal certosino collega che aveva demolito in ogni punto l’impianto accusatorio, si limitò a fare una dissertazione giuridica per dimostrare l’insussistenza degli estremi del reato contestato. Furono due arringhe memorabili ed appassionate che mi convinsero dell’innocenza dell’imputato.
Tortora fu costretto ad un calvario giudiziario che si sarebbe potuto evitare conducendo un’istruttoria più corretta volta alla ricerca di prove certe e inconfutabili. Dopo una pesante condanna in primo grado a dieci anni di reclusione, venne assolto in Corte d’Appello il 15 settembre 1986 con una sentenza davvero pregevole nella quale si evidenziò anche che era stato acclarato con assoluta certezza che sull’agenda del camorrista Puca non era scritto il nome Tortora bensì “Tortona” e che il numero di telefono associato apparteneva a una sartoria! La sentenza venne confermata poi, in Cassazione il 13/6/1987.

A causa di queste accuse, rivelatesi tutte infondate, Enzo Tortora scontò un periodo di privazione della libertà, dapprima in carcere e poi agli arresti domiciliari, dal 17 giugno 1983 fino al 15 settembre 1986. Dopo l’assoluzione definitiva Tortora riprese con coraggio e con orgoglio la sua trasmissione. Ricordo con commozione la sua apparizione a Portobello dove, riuscendo a stento a trattenere le lacrime, iniziò con le parole: Dunque, dove eravamo rimasti?
Il suo fu un calvario lunghissimo, drammaticamente testimoniato dalle lettere alla compagna Francesca (poi raccolte in un libro) nelle quali Tortora mise a nudo la rabbia, il dolore e la terribile sofferenza subita a causa di una clamorosa ingiustizia; quella sofferenza che lo portò a morire, il 18 maggio dell’88, stroncato da un tumore polmonare che l’aveva colpito durante il periodo della detenzione.

Pertanto, appare evidente come sia arrivata troppo tardi la vera giustizia per un uomo che aveva sempre urlato al mondo la sua innocenza e che si ammalò gravemente per l’enorme turbamento arrecato al suo animo da un’accusa fondata sul nulla che per l’infamia indelebile del carcere ingiusto aveva distrutto per sempre il suo onore e la sua reputazione.
Il caso Tortora fu forse il peggiore degli errori giudiziari mai commessi in Italia. Per questa tremenda ingiustizia nessuno pagò e i pubblici ministeri che credettero alle false accuse di criminali, ansiosi di ricoprire il ruolo di collaboratori, fecero addirittura carriera. Eppure, è ormai assodato che il suo arresto abbia costituito per la magistratura e per il giornalismo italiano una delle pagine più nere e vergognose della loro storia.
Ci siamo tante volte chiesti perché sia stato possibile commettere una simile ingiustizia che ha portato alla privazione della libertà e successivamente alla morte una persona innocente. Molte sono state le ipotesi e la Direzione Antimafia di Salerno affermò in seguito che contro Tortora erano stati utilizzati “pentiti a orologeria” per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dai problemi della ricostruzione e dalla spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registrava uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani.

A quarant’ anni da quell’indimenticabile giorno dell’arresto di Enzo Tortora, mi è sembrato doveroso ricordare questa tragedia (che purtroppo non è stata e non sarà certo la sola, ma è rimasta quella che ha suscitato nell’opinione pubblica una maggiore indignazione) per mettere in risalto il dramma (vissuto anche da me, come cittadino e soprattutto come magistrato, con rabbia e con infinita tristezza) di un processo non fondato su prove certe e di una giustizia tardiva e perché ognuno – e soprattutto i magistrati deputati a decidere se gli imputati siano colpevoli o innocenti – tenga presente che privare della libertà, che è il bene primario di ogni individuo, una persona che sa di non aver commesso il reato che gli viene contestato, equivale a farlo morire ogni giorno, lentamente, nella più totale disperazione. Non dimenticherò mai le parole drammatiche dette da Tortora nel corso del processo: Io sono innocente; lo grido da tre anni, lo gridano le carte; spero che lo siate anche voi.
Al cimitero Monumentale di Milano si trova una colonna dove c’è l’urna dorata con le ceneri di Enzo Tortora, interrotta a metà da un vetro. Infilata dall’esterno vi è un’immagine di Cristo in croce con la scritta: Uno che ti chiede scusa…

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07 Dec 2023

Storia e cultura


Serenella Siriaco



Foto dal web





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