Cigli fioriti di murgia

Cammini primaverili sulle colline pugliesi

Con passione e con una straordinaria attitudine alla osservazione scientifica e all’analisi storica, la scrittrice ci consegna la sua ultima opera letteraria: Cigli fioriti, cammini primaverili sulle colline pugliesi, con l’intento, questa volta, di coinvolgere il lettore in un viaggio, un viaggio tra i “Fiori spontanei”.
Il libro, di non facile scrittura, spazia da una descrizione lirica, alla esposizione di conoscenze botaniche, miste a riferimenti leggendari e storici, in un intreccio attraverso il quale fluisce una lettura piacevole, fresca e scorrevole, soprattutto emozionale.

Sin dalle prime pagine emerge alta l’immagine di una Murgia che esula dal suo significato etimologico, anzi, lo travalica. “Murgia deriva da Murex”, come ricorda l’autrice nell’introduzione, cioè pietra aguzza, tagliente. Associando all’idea della pietra a quella dei sassi, delle petraie, della steppa arida e brulla, molti hanno definito la Murgia “brutta”.

Bianca Tragni, invece, ne evidenzia la “bellezza” nascosta nell’accattivante ventaglio dei colori dei fiori al mutare delle stagioni, nei paesaggi e nei panorami, nei tramonti abbacinanti come rossi coperchi di fuoco che scendono sull’altopiano, e soprattutto nei fiori traboccanti lungo i cigli delle strade, nati timidamente e ostinatamente fra la pietraglia murgiana, contendendosi quel poco terreno che hanno. “In botanica si chiamano zone residuali della flora spontanea. …Ognuno di essi mi ha incantato per la bravura dei progettisti e dei giardinieri, veri artisti dei colori e delle forme di madre natura, che essi sanno piegare al loro estro estetico.

Il primo capitolo si apre con Le Vie murgiane, una lettura per così dire “viaggiante”, “itinerante”, fra strade di un paesaggio definito brullo che invece diventa per l’autrice un mare di pietra, ondulato e ondeggiante, che lascia intravedere l’orizzonte, se lo si sa guardare con occhi sensibili alla bellezza.
Gli stessi itinerari consigliati, da fare a piedi, in bicicletta, a cavallo o in camper, risultano un prezioso mosaico di notizie poetico-descrittive, corredate da nozioni di botanica, notizie storiche, racconti del mito e della tradizione in una visione della natura attraverso la quale si ha l’impressione di immergersi in una sorta di catarsi simbiotica che rasserena l’animo. Questo è un libro di viaggio. Ma di un viaggio diverso, non fatto tra monumenti o città, monti o spiagge, ma tra i FIORI (citazione dell’autrice) .
Pagina dopo pagina, infatti, il lettore viene idealmente condotto nel viaggio, che, anche se noto a chi ama i luoghi ivi descritti, risulta completamente nuovo, perché lo sguardo scopre una bellezza timida ed umile, ma nello stesso tempo splendente nella veste dai “suoi tanti fiori che salutano e sorridono dai cigli delle strade”, spesso sfuggente all’occhio distratto del viaggiatore che si appresta a percorrere le strade murgiane.

La voce della poesia, nel secondo capitolo, è canto di premessa all’inizio del viaggio tra i fiori di aprile, fiori civettuoli, per ammirare i quali viene consigliata un’andatura lenta, preferibilmente a piedi.
Attraverso un movimento quasi ondulato di descrizioni, si ha l’impressione di avanzare, leggendo, in salite e discese sull’altopiano della Murgia, mentre scorrono leggiadre le immagini dei fiori in una sequenza abbacinate di un tripudio di colori: giallo, arancio, bianco giallo paglierino, giallo dorato, giallo cremoso, con soste di osservazione offerte al lettore per ammirarne la composizione, per scoprirne le proprietà medicinali, per ascoltare storie e leggende.

Nelle pagine dedicate ai “Fiori per giocare”, la lettura “itinerante” del libro sembra approdare ad una seconda area di sosta, quasi un’oasi a sé stante, in cui si torna indietro nel tempo, quando si viveva più a contatto con la natura e i bambini sapevano dare sfogo alla loro creatività inventando i giochi anche con i fiori: con il papavero, con la speronella, con la stipa pennata, con i pappi al vento.

La poesia che fa nuovamente da premessa al terzo capitolo, Murgia di Maggio, è un unicum di lirica e musica, una melodia in versi in cui fotogrammi ed emozioni cantano i fiori di maggio nella danza al vento delle ferule leggiadre, trasparenti pareti delle strade di maggio, nei rossi cuscini di papaveri, negli occhi dei contadini, i soli veri artisti e poeti di queste pennellate di colori che sembrano opera di un Monet o di un Van Gogh.

In essa scorrono, in un compendio, molti dei fiori che troveremo nelle pagine successive, presentati ciascuno come in una meravigliosa “sfilata”.
Il capitolo inizia con la ferula, pianta regina della Murgia, per passare al papavero, alla malva, al cardo, al tasso barbasso, alla camomilla, all’ombrellina, alla cicoria, al lino delle fate, procedendo la lettura sempre con ricchezza di notizie di botanica, di storia, di etimologia, mitologia e della tradizione, dette con una sobrietà descrittiva che mantiene desta l’attenzione del lettore, lo incuriosisce, lo invoglia a procedere.
Al viaggiatore camminante che non ama asfalto e motori e al lettore “viaggiante” non resta infine che l’esplorazione dei Fiori fuoristrada, più nascosti e solitari, più umili, che incontreremo giungendo nel quarto capitolo del libro.
Ne fanno parte le piante aromatiche: l’origano, la menta, il rosmarino, la salvia, descritte con un’efficacia che non solo di queste piante rivela le intrinseche virtù medicinali e l’uso gastronomico, ma ne mette in luce altresì la bellezza, tanto che di ciascuna quasi se ne avverte il profumo, l’aroma.

La scrittura diventa pennello di un artista quando l’autrice passa a descrivere la varietà cromatica dei coltivi, la cui diversità è percettibile proprio attraverso i colori: visioni di coltivi accesi di rosso ci indicheranno i seminativi del trifoglio, il blu-violaceo il seminativo di veccia, l’azzurro-violetto quelli di erba medica, il delicato lenzuolo steso sul terreno ci indicherà un campo fiorito di lino, tutti campi fatti di piante curate dall’uomo ma di derivazione dalle piante spontanee, loro progenitrici.
Alla lirica del paesaggio pugliese dei coltivi si aggiunge l’argomentazione scientifica di ogni varietà botanica, sempre arricchita da storia e leggenda.
Nel viaggio che il lettore continua a fare leggendo, ogni descrizione diventa simile a un faro che con il suo fascio di luce illumina di volta in volta ora un fiore, ora l’altro, facendo emergere la presenza anche lì dove i fiori si nascondono, o quando riesce difficile trovarli, come i fiori solitari: l’elicriso, dall’aspetto aureo, il fiordaliso, il tulipano giallo, che occhieggia raro ed elegante nei campi di grano, i rovi, scesciole e corbezzoli, ultimo sfolgorìo di un’estate che annuncia l’arrivo dell’inverno.

Il viaggio, infine, volge al termine nel quinto capitolo, interamente dedicato alle orchidee, qui definite i fiori più preziosi dell’universo floreale della Murgia, diamanti sparsi sui prati, piccoli come frammenti, sparsi come polvere, teneri come pargoli, nascosti come clandestini, effimeri come sogni.
Suscita un desiderio intrigante a muoversi alla ricerca, per provare, per dirla con le parole dell’autrice, la gioia della scoperta, lo stupore della visione, e lo splendore che si nasconde nelle piccole forme, l’invito suggerito dall’autrice a cercare questo fiore selvatico, dal nome definito poco elegante, orchis, che in greco vuol dire testicolo, penetrando tra i boschi, negli anfratti, nelle radure, guardando attentamente per terra, perché piccolo e nascosto.
Bianca Tragni tratteggia la preziosità del fiore nella particolarità della forma, nelle peculiarità legate a territorio e clima, nella sua antichissima origine e soprattutto invita a rispettare il suo habitat naturale, che fa dell’orchidea selvatica di Puglia una specie protetta come le edelweiss delle Dolomiti. I numerosi dettagli su questi “diamanti” che fanno impazzire gli appassionati, mettono in luce così superbamente le qualità dell’orchidea da suscitare un sentimento reverenziale nel lettore di fronte a tanta bellezza piccola, timida, eppure luminosa.
Il viaggio termina con la segnalazione di un elenco di orchidee più diffuse sulla Murgia e con l’invito ad andare alla ricerca di altre qualità.

A fine lettura, il libro non ha finito di “parlare” al lettore, che percorrerà i “Cigli fioriti” con uno sguardo nuovo, mutato. Andando per le strade della Murgia, in auto o a piedi, non vedrà i bordi delle strade ingombri di erbaccia o di sterpaglia da falciare, ma li riscoprirà nella loro veste di giardini fioriti, in cui i fiori, molti dei quali a lui ora noti, occhieggiano, gli sorridono e lo salutano, risvegliando lo stupore, sopito e accecato da una mondanità frenetica e chiassosa.
Stabilirà con i fiori, un rapporto sentimentale, di gratitudine e di rispetto verso l’universo senziente delle piante, perché il viaggio fra “Cigli fioriti” non sarà stata solo una lettura, ma una meravigliosa scoperta.
Una nota di rilievo meritano le foto di Pietro Amendola, a corredo del libro, che ritraggono fiori e paesaggi con la professionalità e l’amore di un artista, in una carrellata di immagini che accompagnano il viaggio rendendo visiva la narrazione, donando alla bellezza la sua concretezza e fisicità.

BIANCA TRAGNI
Scrittrice, giornalista e storica, Bianca Tragni è stata definita “la voce della Murgia”. Già insegnante di storia e filosofia e preside del Liceo scientifico Statale “Federico II” di Altamura, ha realizzato numerosi reportage giornalistici e pubblicato, con diverse case editrici, volumi di storia (in particolare su Federico II), antropologia culturale, tradizioni popolari pugliesi, narrativa e alcune riviste turistico-culturali, per più di trenta titoli individuali.
Presidente del Club Federiciano di Altamura, giornalista storica de “La Gazzetta del Mezzogiorno” e appassionata studiosa di Federico II di Svevia, è direttore della rivista “La Cattedrale e l’Imperatore” del Club Federiciano di Altamura, nonché responsabile del C.R.A.T.E. per i Pugliesi nel mondo. Ha ricevuto numerosi premi giornalistici e letterari.

Il Presidente della Repubblica le ha conferito la medaglia d’oro come benemerita della cultura e dell’arte.
Appassionata studiosa, Bianca Tragni ha da sempre associato alla passione per la storia anche un amore grande per la natura, che ha trasfuso nella pubblicazione dei suoi testi, fra i quali, di recente pubblicazione, Il Capolavoro di Federico II L’Arte Di Cacciare Con i Falchi “De Arte venandi cum avibus”, una sorta di vulgata moderna in cui l’autrice riconsegna il De Arte venandi come libro attuale e storico insieme, in una rilettura che riesce suscitare curiosità per la caccia con il falcone, sottolineando l’amore per gli animali e per l’ambiente.

Posted

25 Aug 2021

Attualità

Flora De Vergori



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