MGF: infibulazione

Una delle pratiche più traumatiche che possa essere commessa su una bambina, eppure continua a essere tristemente d’attualità

Una delle pratiche più abominevoli di mutilazione dei genitali è l’infibulazione di cui sono vittime adolescenti e ragazze in tenerissima età. Molto diffusa in vari paesi africani, fra cui la Somalia, il Sudan, l’Eritrea, la Guinea, il Senegal. In Nigeria è stata vietata ufficialmente nel giugno del 2015. L’Egitto è il paese che detiene il primato con il 92% della popolazione femminile infibulata al di sotto dei quindici anni, come è stato rilasciato da un recente rapporto dal governo del Cairo, nonostante sia considerata una totale violazione dei diritti umani. Dal 2008 è punibile con una pena che va da tre mesi a due anni, oppure 5000 sterline egiziane di multa, pari a… 500 euro!

La stessa legge prevede però, paradossalmente, eccezioni in casi di “necessità medica“ in cui ci sia bisogno dell’asportazione parziale o totale degli organi genitali esterni femminili, dando così la possibilità di aggirare l’ostacolo e permettere il perpetrarsi della mutilazione disumana che di solito viene praticata durante il periodo estivo, quando le scuole sono chiuse e le ragazzine possono riprendersi durante il periodo di convalescenza; la circoncisione prevede festeggiamenti e ci si scambiano regali, in pratica la giovane donna è ora ritenuta degna di essere presa in moglie.


In Egitto il tipo di infibulazione più diffusa è di Tipo 1.
È una mutilazione fisica aberrante eseguita, per ragioni non sanitarie, senza anestesia, con arnesi non chirurgici quali coltelli, lame o rasoi. Consiste nel taglio del clitoride, asportazione delle piccole labbra e di una parte delle grandi labbra che poi vengono suturate, a seconda delle culture, con fili di seta o spine d’acacia mentre una scheggia di legno viene inserita nella vagina per permettere la fuoriuscita delle urine o del sangue mestruale. In seguito all’intervento, alla vittima vengono legate le gambe e immobilizzata per diverse settimane fino a guarigione completa della vulva, che non avviene mai senza complicazioni e infezioni o, in alcuni casi sopraggiunge la morte.

Il fine è di preservare l’illibatezza della donna, la cui vulva viene “scucita” direttamente dallo sposo (defibulazione) durante la prima notte di nozze, con rapporti dolorosi e difficoltosi; la donna è impossibilitata a vita a provare piacere nei rapporti sessuali. Soggetta frequentemente a cistiti, ritenzioni urinarie e infezioni vaginali, viene poi “reinfibulata” subito dopo il parto o in caso di divorzio o vedovanza, per ripristinare lo stato prematrimoniale. Ma i problemi peggiori insorgono al momento del parto, con dolori atroci e rischi maggiori anche per il bambino, che, dovendo attraversare un tessuto cicatriziale poco elastico, prolunga i tempi della nascita, rischiando seri danni neurologici in quanto il cervello riceve poco ossigeno, non essendo più dipendente dalla placenta.

L’infibulazione ha una forte impronta religiosa in quanto condanna la sessualità femminile vista come un istinto da inibire e tenere sotto controllo, ma attribuire questa pratica all’islam è riduttivo in quanto retaggio di pratiche animistiche e risalenti addirittura all’epoca dei faraoni; non di rado è in uso anche in tribù convertite al cristianesimo e che hanno conservato i loro culti tribali originali.


Infatti in nessuna parte del Corano è richiesta l’infibulazione al fine di preservare la purezza della donna, eppure è una pratica diffusissima in tanti Paesi a religione islamica, come anche nel Cristianesimo in cui le mutilazioni genitali, sono proibite e considerate un oltraggio alla santità del corpo, si è conservata tra i copti, ortodossi e cattolici del Corno d’Africa perché legata a culture antropologiche tribali che nemmeno la cristianizzazione è riuscita a estirpare.
In Niger le ragazze infibulate cristiane superano di gran numero quelle musulmane, frutto di società fortemente patriarcali in cui la donna deve contribuire a tenere alto l’onore della famiglia preservando la sua verginità e l’integrità.

Una pratica quindi aberrante che vìola la donna fisicamente e psicologicamente a vita, e nonostante sia considerata fuorilegge ormai in vari Paesi, non ultima la Nigeria, sfugge a ogni controllo perché non necessita di interventi clinici ma viene eseguita all’interno delle famiglie, quasi sempre da madri, nonne o parenti anziani, spesso gli stessi padri.
Può risultare inconcepibile che siano le stesse donne a praticarla sulle figlie, o a richiederla, ma una donna non infibulata è un disonore e difficilmente troverebbe marito – quindi meglio il dolore che il disonore – ma è anche vero che tale atteggiamento è frutto di atavici condizionamenti, figli di un background culturale con radici che affondano in tempi immemori.
In queste realtà la mutilazione dei genitali è vista come un segno di attenzione verso il minore, è prendersi cura dei propri figli e del loro futuro. Una bambina non scissa è una bambina di cui nessuno si è preso cura. Le stesse donne violentate e martoriate provocano uguale strazio alle loro figlie, ergendosi a detentrici e autrici di tale mostruosità.

Ad oggi, con l’occhio del mondo occidentale, l’infibulazione è ignominiosa, una doppia mutilazione nel fisico e nell’anima; una privazione in quanto donna, della bellezza, dignità e femminilità, del piacere di un atto d’amore come ogni essere del creato, il tutto senza tener conto delle conseguenze psicologiche che l’accompagneranno per tutta la vita.
Alla luce di tutto questo può risultare più comprensibile quanto sia difficile il confronto o trovare punti di incontro tra mondi culturali diversi in cui anche i termini “onore/disonore” hanno diversa valenza mentre ci ergiamo a detentori di verità, battendoci contro i mulini a vento con la pretesa di cambiare chi non desidera essere cambiato, eppure bisogna confidare nella potenza dell’amore, sorretta dalla forza del sapere e dell’istruzione, per ampliare i confini e fornire nuovi orizzonti che dilatino la consapevolezza della persona, del proprio valore e dei propri diritti.
Abbiamo il dovere di fare di nostre virtù morali e intellettuali non un uso soltanto pratico, ma anche speculativo (“Convivio” di Dante sulla nobiltà umana).

Fatti non foste a viver come bruti ma a servir virtude e canoscenza. (Inferno- Canto XXVI).



Per saperne di più

Il 6 febbraio 2015 è la Giornata contro le mutilazioni genitali
L’Italia tutela la donna dalle mutilazioni genitali con la legge del 9 gennaio 2006 n°7 a cui si è aggiunto l’articolo 583 bis che punisce il praticante con la reclusione da quattro a dodici anni e l’interdizione, nel caso di specialisti, dall’albo della professione, da tre a dieci anni. Una campagna a tale scopo fu lanciata dalla leader politica Emma Bonino che si affiancò all’organizzazione “Non c’è pace senza giustizia” e Aidos, con l’appoggio della moglie del presidente egiziano Mubarak, Suzanne.
La Bonino rilanciò la campagna nel 2010 con una massiccia raccolta di firme da presentare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’Assemblea Generale dell’Onu nel 2012 mise al bando ogni forma di mutilazioni genitali femminili.

In Gran Bretagna l’infibulazione è stata vietata dal 1985, eppure è lo Stato europeo con il maggior numero di donne infibulate; anche nel Burkina Faso dal 1985. In Eritrea è fuorilegge dal marzo 2007, in Egitto dal 2008. In Nigeria nel giugno 2015 il presidente uscente Goodluck Jonathan ha firmato un dispositivo di legge che penalizza ulteriormente questa pratica.
Chi venisse accusato avrà una detenzione pari a quattro anni e una multa pari a 200.000 naira (1000 euro). Secondo le stime dell'Unicef, aggiornate al 2019, sarebbero più di 125 milioni di donne e ragazze in tutto il mondo, ad aver subito la procedura di infibulazione o altro tipo di mutilazioni femminili. L’infibulazione è ancora praticata in ventinove Paesi del globo, di cui solo due al di fuori dell'Africa.

Posted

11 Apr 2024

Attualità e tendenze


Maria Teresa Infante La Marca



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