Insegnare la pace in tempo di guerra

La pandemia e ora la guerra in Ucraina hanno generato un disagio esistenziale drammaticamente doloroso. Tuttavia questa tragedia collettiva che stiamo vivendo può offrire un motivo per riflettere sulle priorità soppesando il valore specifico di ogni cosa. Una di queste è senza dubbio la scuola. La lontananza dalle aule e la virtualità dell’esperienza didattica, solo in parte attenuata dalla Dad, hanno messo in rilievo che la scuola, prima di essere informazione nozionistica, è soprattutto relazione e condivisione di responsabilità tra coetanei. Al di là dei saperi disciplinari, pur essenziali per l’acquisizione di competenze, è necessario che la scuola sia in grado di offrire a ciascun studente occasioni di crescita umana significativa sia a livello emozionale che sociale.

Scoprire se stessi, promuovere il pensiero divergente, aprirsi con creatività all’altro e al mondo senza competere in modo sfrenato in una gara che accentua le disuguaglianze significa costruire la pace. La meritocrazia non deve essere rappresentata da un voto o da un’espressione numerica ma dallo sviluppo di una forza interiore che facendo leva sui talenti e sulle potenzialità individuali interagisca con la comunità nello spirito collaborativo del “Fare squadra”.
Ogni volta che c’è stata la tentazione di assorbire l’altro, non si è costruito, ma si è distrutto rendendo ancora più forte “L’iniquità planetaria”. Come diceva Maria Montessori: Tutti parlano di pace ma nessuno educa alla pace. A questo mondo, si educa per la competizione, e la competizione è l’inizio di ogni guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro solidarietà, quel giorno si starà educando alla pace.

In un momento storico nel quale vi sono conflitti in tutto il mondo, dobbiamo e possiamo insegnare la pace. Analizzare e comprendere i concetti di Nord e Sud del Mondo per cogliere gli squilibri nella distribuzione delle risorse legate sia alle attività produttive che all’energia derivata dal carbonio, prendere coscienza che la globalizzazione dell’economia riproduce le differenze dei blocchi bipolari nati dopo il secondo conflitto mondiale e che ancora oggi alimenta guerre interminabili e dimenticate, significa educare i giovani alla grande sfida della solidarietà con il superamento del pregiudizio. Le nuove generazioni devono imparare ad affrontare i grandi problemi potenziando la capacità del dialogo nella capacità di essere se stessi come portatori della propria specificità e dei propri progetti non senza gli altri o contro gli altri ma insieme per un pianeta sostenibile dal punto di vista etico ed ambientale.
Davanti ai nostri occhi strutture economiche, finanziarie, culturali, etniche e religiose militarizzate dai giochi di potere calpestano la dignità dell’uomo. Non è possibile considerare la guerra la soluzione ai diverbi internazionali. L’articolo undici della nostra Costituzione recita: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

Di fronte ai grandi avvenimenti di oggi, il Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, invita docenti e alunni ad una cittadinanza consapevole nel rifiuto della guerra. Come dice Papa Francesco nell’Enciclica “Fratelli tutti” mentre la solidarietà è il principio che permette ai diseguali di diventare uguali, la fraternità è ciò che permette agli uguali di essere persone diverse. La fraternità in tal senso acquista una valenza politica: se siamo tutti membri della stessa famiglia umana contro le ideologie discriminatorie siamo tutti cittadini con eguali diritti e doveri. Spetta a noi adulti offrire ai giovani una chiave di lettura capace di interpretare la contemporaneità come riscatto dalla fame, dall’ignoranza e dalla dittatura. Se i conflitti e le diseguaglianze sono cresciute in modo esponenziale con la pandemia, con la comunicazione telematica e con la recente drammatica invasione dell’Ucraina, tutte le istituzioni, e soprattutto quelle scolastiche, a cui spetta l’educazione intenzionale e programmata, devono favorire nei giovani l’incontro con i significati più profondi del dialogo contro ogni forma di violenza. Non esistono “guerre giuste”. Nell’era delle armi di distruzione di massa nucleari e batteriologiche un conflitto potrebbe rappresentare la fine dell’umanità.
Ritornano nel frastuono mediatico degli attentati alla città di Kiev le parole di Martin Luther King: Abbiamo imparato a volare come uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli.

Il “Global compact on education”, come Patto educativo globale per l’insegnamento-apprendimento, deve attivare un’ampia alleanza formativa superando le contrapposizioni, ancora presenti nel mondo bipolare, nei vari scenari di guerra per un’umanità più fraterna. La scuola deve far capire che la pace, come mostrano le azioni dei pacificatori globali, a volte è più rivoluzionaria di ogni atto d’aggressione. Abbracciando nei valori spirituali di una società i valori umani universali presenti nelle testimonianze ispirate alla gentilezza, all’inclusione, all’ascolto ed alla condivisione empatica si può vivere felici e soprattutto in pace. Infatti La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia (Baruch Spinoza).

La stessa ragionevolezza che ha mostrato l’ambasciatore ucraino all’Onu leggendo l’ultimo messaggio di un soldato russo inviato dallo smartphone alla madre un attimo prima di morire nella guerriglia urbana: Mamma ho paura colpiscono anche i civili. Qualcuno pur nella complessità degli eventi bellici saggiamente ha detto ai potenti: Tra l’irrinunciabile e il negoziabile cessate il fuoco.

Posted

15 Mar 2022

Attualità e tendenze

Maria Assunta Oddi



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