Una risposta negli abissi

Il dramma delle donne: la depressione che genera mostri e le spingono a uccidere i propri figli

Un ricordo che ci accompagna sempre, soprattutto nei momenti difficili dell’età adulta, è quello dei nostri genitori – della mamma in particolare – che ci tengono per mano. Ognuno di noi ha sentito venir meno la terra sotto i piedi quando sono scomparsi e si è resi conto che quel muro fatato, dissolto come neve al sole, non ci sarebbe più stato a proteggerci dai duri colpi della vita. I genitori rappresentano un approdo sicuro per i bambini e forse per questo le notizie che possano uccidere un proprio figlio, sconvolge e destabilizza tutte le certezze.






La nostra cultura ci ha abituato all’idea che dei due, la madre è la persona che più di ogni altra al mondo darebbe la propria vita per proteggere i suoi figli. Impossibile quindi accettare che proprio lei possa ucciderli. Ma dov’è finito il “senso materno”? Può una madre, che ha portato un figlio dentro di sé per nove mesi, porre fine alla sua esistenza?
Per analizzare a fondo il problema bisognerebbe addentrarsi nei meandri della mente umana e della sua complessità. Bisognerebbe anche considerare le mancanze di una società carente di organismi e strutture in grado di fornire assistenza a una madre in difficoltà, un sistema incapace di rispondere alle grida di aiuto di una mente probabilmente afflitta da turbe psichiche sicuramente trascurate. Sarebbe altresì necessario rivolgersi al retaggio ancestrale che attribuisce un fardello pesante alle donne-madri, conferendo ruoli impossibili in un’epoca dura e violenta che di certo non agevola una giovane mamma single che deve crescere da sola un figlio.
A questo punto non dovremmo solo accusare la “madre”, abbondantemente giudicata dalle leggi umane e divine e dalla sua stessa coscienza. Sarebbe più opportuno sfatare i falsi miti, i modelli culturali fatiscenti presenti soltanto nella nostra memoria storica e che le mettono su un piedistallo inesistente. Allora forse si manifesterebbero nella loro semplice umanità, come creature non sempre forti, ma al contrario profondamente fragili, pronte a crollare di fronte agli ostacoli del vivere quotidiano.
Se il disagio di Annamaria Franzoni, Loretta Zen o, più recentemente di Marina Patti, fosse stato individuato sul nascere, se gli organismi preposti avessero agito tempestivamente senza trascurare il fatto che forse non tutte le donne sono in grado di essere “madri”, allora questi bambini sarebbero ancora vivi, magari inseriti in altri e più consoni contesti familiari.
Si tratta quindi di spalancare cancelli troppo a lungo rimasti chiusi, rimuovendo idee e preconcetti che mal si addicono a una società in continua evoluzione. Si tratta di analizzare comportamenti e abiti mentali, cercando risposte negli abissi dell’animo umano e nelle caverne impenetrabili del cuore. Si tratta di commisurarsi con l’immenso, senza lasciar mai andare il ricordo di quella mano forte e sicura che un tempo per noi rappresentava il mondo.

Posted

14 Aug 2022

Attualità e tendenze

Lucia Lo Bianco



Foto dal web





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