Capaci, trent’anni dopo per non dimenticare

Il 23 maggio 2022 si è celebrato il 30esimo anniversario della strage di Capaci, l’attentato in cui morì il magistrato Giovanni Falcone. La mafia chiuse i conti e cambiò il corso della storia

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Il 23 maggio del 1992, un’esplosione sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo, provocò la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di tre poliziotti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Due mesi dopo, il 19 luglio, fu la volta di Paolo Borsellino dilaniato con i suoi agenti davanti alla casa della madre. Nel trentennale dell’eccidio non è possibile restare indifferenti al ricordo della commozione di quei tragici giorni vissuti nella disperazione non solo dai superstiti e dai familiari delle vittime ma da tutti gli uomini e le donne che considerano fondamentale vivere in uno Stato di diritto.

Nell’incredulità assorta di Rosaria Schifani, moglie di Vito, poliziotto della scorta di Falcone, è contenuta, a mio avviso, il motivo per cui ancora oggi una lotta sistematica e senza tregua alle mafie non è ancora cominciata e non è detto che tutti i governi del mondo siano concordi nel volerla avviare. Rosaria, giovane madre, che tra le lacrime e con un filo di voce, chiese ai colpevoli presenti al funerale non solo di vincere l’omertà, sconfiggendo la complicità del silenzio, ma di avere il “coraggio di cambiare” aveva compreso bene che la mafia è una sottocultura difficile da sconfiggere. Ancora oggi quell’esortazione, rimasta sospesa nel vuoto, interroga drammaticamente su una storia di depistaggi che tuttavia non è mai riuscita a scalfire l’integrità di un uomo delle istituzioni dall’altissima tensione morale, dalla profonda intelligenza unita all’ amore incondizionato verso il suo Paese che voleva libero dai soprusi.

Del resto l’esistenza di Falcone e soprattutto la sua morte rappresentano la testimonianza di lotta verso la criminalità organizzata nel sogno di una società non violenta e rispettosa della dignità di tutti e di ognuno. Anche Aleksandr Solgenitsin, premio Nobel per la letteratura, in un famoso discorso all’università di Harvard tenuto, in tempi non sospetti, l’8 giugno 1978, ravvisò nei mali dell’occidente la mancanza di coraggio: “Il declino del coraggio è la caratteristica più sorprendente che un osservatore può oggi riscontrare in occidente.

Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élite intellettuali, e genera l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica”. Bisogna pertanto cercare di modificare tale indifferente apatia verso il bene comune, presente soprattutto nei giovani, con una formazione morale ispirata ad un codice e ad un sistema di valori tradizionali autentici. Poichè ogni persona, nel suo piccolo, è responsabile di ciò che accade a tutti è necessario mettere a disposizione della comunità civile l’impegno politico, il senso di responsabilità civico, la fiducia in un mondo migliore.
E prima di ogni cosa è necessario incentivare il desiderio di conoscere, di capire, di partecipare.

Posted

03 Jun 2022

Attualità e tendenze

Maria Assunta Oddi



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