Intervista a Michele Petullà

Vincitore della sezione “Giornalismo” alla VI edizione del Premio Seneca 2022 con "Quale memoria dopo Aushwitz. Il ruolo della poesia"

Alla sua prima partecipazione Michele Petullà vince la VI edizione del Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea L. A. Seneca nella se-zione “Giornalismo.”
Laureato in Scienze Politiche e Sociali presso l’Uni-versità di Torino, ha conseguito il perfezionamento post-laurea in Teoria Critica della Società presso l’Università di Milano-Bicocca e il Diploma del Corso di Alta Formazione in Comunicazione e Cultura presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. Giornalista pubblicista, sociologo e studioso di scienze sociali.


Prima di addentrarci nella sua interessante disamina non posso esimermi dal chiedere a Michele Petullà, che si è gentilmente reso disponibile per un breve dialogo, in che maniera ha vissuto l’esperienza al Premio Seneca, presso il Castello Normanno-Svevo di Sannicandro di Bari il 15 ottobre 2022
Per me è stato un grande onore aver vinto il prestigioso Premio L. A. Seneca nella sezione “Giornalismo”, tanto più che ciò è avvenuto alla mia prima partecipazione, in assoluto, a questa importante manifestazione, organizzata in maniera egregia – con assoluta serietà, professionalità e competenza – dall’Accademia delle Arti e delle Scienze Filosofiche. Vincere è sempre un piacere anche se per me un premio è un punto di partenza, mai un punto di arrivo: un impegno a migliorarsi e a migliorare il mondo in cui vivo. Inoltre significa vedere riconosciuti il proprio lavoro, il proprio impegno, le proprie capacità a maggior ragione in questo caso in quanto ha rappresentato l’alto riconoscimento – da parte della qualificata Giuria – del valore umano e sociale, oltreché culturale, letterario e giornalistico, di un elaborato nel quale ho trattato, attraverso lo sguardo della poesia, il tema della Shoah e dell’immane tragedia che essa ha rappresentato nella nostra storia, riaffermando la necessità del “ricordo” e della “memoria”, affinché “quel che è stato” non accada mai più: una necessità che, pertanto, diventa responsabilità.


Al Seneca ha presentato un testo in cui risultano evidenti i diversi approcci riguardo al legame poesia-memoria storica soprattutto dopo l’esternazione, forse provocatoria, di Adorno anche se poi “ritrattata” in quanto dettata dall’istintività emotiva e dalla piaga ancora viva per gli orrori del tempo. Per lei esistono momenti in cui lasciar parlare il silenzio, così come in certo modo afferma I. Howe, o la parola scritta contiene in sé l’antiossidante alla dimenticanza e rende eterni gli accadimenti?
Com’è ormai unanimemente riconosciuto, la parola non è neutrale. Già nell’antica Grecia, il filosofo sofista Gorgia aveva affermato il grande potere di suggestione che esercita la parola. In particolare, possiamo dire oggi, la parola scritta ha un potere enorme, un’arma in più rispetto a tutte le altre forme espressive: il potere dell’immaginazione.

Pensiamo alla poesia, la cui parola, ha appunto il potere di “far vedere oltre”, di stimolare vivida immaginazione. Si parla, inoltre, di potere “psicagogico” della parola, in quanto capace di blandire e trascinare l’anima grazie al suo fascino, e di potere “taumaturgico”: la parola è come una medicina o una sorta di magia, uno strumento onnipotente, che, se usato bene, permette di avere successo in ogni campo, sia pubblico che privato. La parola scritta ha sicuramente, forse oggi più che mai, una grande importanza per la nostra identità: essa, infatti, ci tiene in contatto con il nostro passato e ci aiuta a comprenderlo, risponde alla nostra necessità archetipica di comunicare, al nostro impulso innato a condividere le nostre idee, a trasmetterle nel tempo, e al nostro bisogno di comunità. Sotto questo aspetto, l’esperienza della parola è l’esperienza stessa della vita umana, dal pensiero allo scritto. Occorre fare un viaggio nel tempo della parola per coglierne tutta la sua ricchezza, quando è capace di spiegare ciò che è complicato e di interpretare ciò che è complesso, a volte inestricabile, quasi indicibile.

Al cospetto del frastuono mediatico contemporaneo, al flusso immane delle informazioni dal mondo digitale che giungono soprattutto attraverso immagini fluide, senza sosta, la poesia in che maniera può rendersi collante tra l’uomo e la realtà in cui è immerso? Il pensiero conserva ancora la sua illibata criticità e la parola può avere voce in una società monca di udito?
Certo, nella società di oggi il ruolo della parola è diventato molto complesso. Viviamo in una società liquida, in cui i parametri di giudizio sono in continua e repentina mutazione. Ciò ha indubbiamente un impatto anche sul piano linguistico. Le parole tendono a perdere il loro significato originario e vengono usate spesso in maniera impropria. Si assiste sovente, inoltre, ad una certa banalizzazione nell’uso della parola, scritta e parlata. Questo relativismo, questa mancanza di connessione tra linguaggio e realtà, permette di manipolare la realtà stessa, crea distorsioni. La parola ha un potere straordinario. Ma come tutti i poteri, senza consapevolezza, può causare seri danni. Consapevoli del grande potere che ha la parola, pertanto, diventa un dovere di tutti disporne in maniera responsabile. Bisogna avere rispetto della parola, prendersene cura. Perché la parola può essere fonte di bellezza, di poesia, di creazione, di amore, di vita, di nutrimento per l’anima. Dunque, è tutta nostra la responsabilità con cui esercitiamo e usiamo il potere della parola.


Credo sia quindi giunto il momento di lasciare spazio alla sua “parola scritta” con il testo Quale memoria dopo Aushwitz. Il ruolo della poesia di cui riportiamo il testo integrale pubblicato nell’Antologia del VI Premio Seneca 2022 in seguito al meritato riconoscimento da parte della Commissione di valutazione. Ancora vivissime congratulazioni.



Quale memoria dopo Aushwitz. Il ruolo della poesia
Riflettere sull’Olocausto significa fare i conti con la sua tragicità, ma anche porsi degli interrogativi la cui risposta implica uno sconvolgimento dei valori tradizionali, come ha evidenziato il filosofo tedesco Hans Jonas nel suo saggio Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Uno di questi interrogativi riguarda l’ambito poetico: come deve rapportarsi la poesia a quella tragica esperienza storica?
Una delle risposte più dibattute è quella data nel 1949 da Theodor Adorno nel saggio Critica della cultura e della società: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie.”
Un’affermazione radicale, che evoca il senso di una sconfitta epocale di fronte all’Olocausto. Nel corso degli anni successivi, Adorno avrebbe chiarito meglio il suo pensiero. Nel saggio Note per la Letteratura, infatti, il filosofo scriveva: “Il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, non ci si può più immaginare un’arte serena.” Ancora più chiaramente Adorno si esprimeva nel saggio Dialettica negativa: “Il dolore incessante ha altrettanto diritto di esprimersi quanto il torturato di urlare; perciò forse è sbagliato aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere poesie.”
Adorno non intendeva certo enunciare un giudizio sul futuro della poesia come genere letterario, ma esprimeva piuttosto un dubbio circa la capacità del pensiero critico di misurarsi con l’Olocausto, sottolineando il significato di cesura che tale aberrazione ha rappresentato per la storia dell’umanità: Auschwitz rappresentava la prova del fallimento della cultura, sembrava aver spazzato via ogni fede nell’umanità. Le parole di Adorno contengono, inoltre, una contro-verità: quella del “non tutto è dicibile”, del silenzio come condizione perché la parola non rimanga semplice riempitivo di un vuoto.
Secondo il critico letterario Irving Howe, d’altra parte, nelle parole di Adorno c’è come un ritorno a un “sentimento religioso primitivo”: il sentimento che esistono cose, nella nostra esperienza, che sono troppo terribili per essere guardate in faccia e per poterle raccontare. Primo Levi sostenne, invece, proprio la necessità della parola, di raccontare l’Olocausto: “In quegli anni avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può fare poesia se non su Auschwitz.” Quello di Levi è un vero e proprio imperativo categorico e morale, che sancisce il dovere alla testimonianza: l’esperienza del singolo deve porsi al servizio della memoria collettiva.
Riguardo la concezione della poesia dopo Auschwitz, di particolare interesse è il rapporto epistolare tra Adorno ed il poeta rumeno Paul Celan. Considerato il più penetrante poeta della Shoah, sopravvissuto e vittima della sua stessa sopravvivenza, Celan fu probabilmente l’intellettuale che visse nel modo più lacerante la sentenza adorniana, lui che del ricordo della Shoah aveva fatto uno dei punti centrali della sua opera poetica, intesa anche come possibilità di salvezza dall’indescrivibile orrore.
Celan conosce bene il valore del monito: la sua poetica si dipana proprio dal doloroso ricordo dell’esperienza terrificante nei campi di concentramento, che solo i versi possono alleviare, mantenendo in vita il respiro con la dignità della memoria dell’orrore.
Per Celan, infatti, la poesia è raffigurazione esemplare dell’immane tragedia, ma anche possibilità di riconciliazione con la vita e, ancor di più, doverosa testimonianza per tenere vivo il ricordo di “quel che è stato.” Come poeta segnato indelebilmente da quell’atroce esperienza, Celan sente forte questa responsabilità e lo scrivere poesia comporta il suo centro e la sua profondità.
Quella tragedia chiama al dovere della testimonianza: non possiamo permetterci di rendere muto l’Olocausto, è necessario non dimenticare quel dramma e, pertanto, si deve fare poesia per conservare e far rivivere la sua memoria. Nella poesia di Celan, pertanto, il monito di Adorno si rovescia in una ricerca estrema: Auschwitz, il male storico, diventa il passaggio per un nuovo percorso della parola. La poesia acquista così un obiettivo preciso: quello della memorabilità, del dare significato al ricordo, alla memoria storica.
La radice stessa dello sforzo poetico, dunque, deve alimentare e custodire per sempre la memoria dell’offesa, anzi, la stessa memoria offesa, perché è la poesia a salvare quella memoria, a redimere ogni memoria futura.



Michele Petullà
Laureato in Scienze Politiche e Sociali presso l’Università di Torino, ha conseguito il perfezionamento post-laurea in Teoria Critica della Società presso l’Università di Milano-Bicocca e il Diploma del Corso di Alta Formazione in Comunicazione e Cultura presso la Pontificia Università Lateranense di Roma.
Giornalista pubblicista, è Direttore Responsabile della Rivista di Cultura e Società Agire Sociale News e collabora con diverse testate giornalistiche, anche online.
Sociologo e studioso di Scienze Sociali, è iscritto all’ASI (Associazione Sociologi Italiani); è componente del Consiglio Direttivo e Addetto Stampa della Deputazione Calabria.
Collabora alla Rivista specialistica di Sociologia Sociologiaonweb. Poeta e scrittore, si dedica anche alla Critica letteraria.
Vincitore di diversi premi e concorsi letterari, diverse sue poesie sono inserite in numerose antologie poetiche nazionali. Ha pubblicato numerosi libri tra raccolte poetiche, narrativa e saggistica.
A breve uscirà il saggio Teorie evoluzioniste in Antropologia: modelli e sviluppi (Miano Editore, MI).

Posted

06 Feb 2023

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Maria Teresa Infante La Marca



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