La parità di genere risolverebbe i problemi economici globali

La parità di genere non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero e sostenibile

Il terzo millennio è bene avviato ormai, eppure la civiltà umana fa ancora i conti con la disparità di genere per quel che concerne le opportunità di lavoro, che in primo luogo lede i diritti della donna, ma nel contempo, secondo studi e ricerche su queste tematiche, causa danni veramente di rilievo alla produttività globale.
E tutto ciò in barba ai diritti sanciti dalla Costituzione, in primis nei Paesi a regime democratico, che esibiscono in pompa magna il grado di civiltà derivante da un impianto giuridico d’eccellenza, ma poi, nei fatti, la realtà ha un assetto ben diverso.

In Italia la violazione dell’art. 37 della Costituzione finisce in una scarpata di belle parole, dove si condanna puntualmente l’ingiustizia dovuta alla mancanza di applicazione dei principi di pari opportunità, ma in sostanza poi non si va oltre il muro, resta l’interdizione al diritto, dovuto in gran parte all’inerzia di chi dovrebbe agire e riportare in equilibrio il piatto della bilancia.
“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti (Art. 37 Cost.) e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore (..)”. Più chiaro ed eloquente di così il concetto non poteva essere, i giuristi e ‘padri costituenti’ hanno formulato perfettamente i diritti che sono alla base della parità di genere. Il problema è che dopo 70 anni tali diritti hanno percorso solo un breve tratto della strada che conduce verso la parità. Non siamo propriamente sulla “via di Damasco”, ma il riscatto autentico è ancora distante.
L’Italia peraltro non può essere fiera nemmeno del posto in classifica che occupa nella lista dei 144 Paesi all’esame del World Economic Forum, su un tema specifico: nel Global Gender Gap, occupa l’80sima posizione, infatti, per quel che concerne la parità di genere in ambito lavorativo.
E la cosa più preoccupante è che nei primi anni del nuovo millennio il Paese occupava una posizione migliore, il che significa che ci troviamo di fronte ad uno stato ‘involutivo’ in questo ambito: non siamo proiettati nell’innovazione e nel progresso, soprattutto nel versante dei diritti civili, dove la donna versa un tributo ancora piuttosto pesante.

È aumentato nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile, rispetto a qualche decennio fa (quasi il 20% in più), ma non c’è equiparazione in termini di confronto con i dati relativi all’occupazione maschile, superiore per circa il 20%.
Di queste problematiche, a livello globale, ossia l’importanza della valorizzazione del lavoro femminile, se ne occupa regolarmente ‘Accenture’ con i suoi studi sulle pari opportunità, e McKinsey.
La prima, secondo le analisi di “Getting to Equal 2019”, presenta risultati secondo i quali, nelle società con una forte cultura della parità tra uomo e donna, i lavoratori esprimono un maggiore livello di competenze che migliorano l’innovazione, si stima che i risultati siano superiori rispetto a società che discriminano la donna, di ben sette volte. Secondo l’analisi di questi dati si sono individuati diversi fattori chiave, che determinerebbero l’incentivazione della cultura del lavoro proiettata verso l’innovazione. Lo conferma anche la classe dei dirigenti, secondo i quali la parità di genere è un forte mezzo di stimolo per l’innovazione e il progresso.



Il McKinsey è un Istituto di ricerca economica globale, che lavora per Istituzioni, Organizzazioni no profit, Governi. È un think tank prestigioso in temi di business ed in generale economici. Le analisi tengono conto dei fattori manageriali, sociali, geopolitici, dai quali emerge un quadro attendibile dopo analisi rigorose sull’economia globale.

Gli studi portati avanti da McKinsey dimostrano che la donna è una risorsa ignorata a livello globale, ma se ricoprisse gli stessi ruoli dell’uomo, nel volgere di un decennio si renderebbe disponibile una ricchezza tale da rappresentare quella delle due superpotenze mondiali, ossia Cina e Usa insieme. L’India offrirebbe in tal senso il contributo maggiore; e tuttavia questo non è possibile poiché vi sono ancora problematiche da superare, quali l’istruzione, le tutele sociali e legali, la valorizzazione del lavoro domestico, l’inclusione finanziaria.

Gli studi del McKinsey Institute sono stati citati anche dai più grandi quotidiani economici, come il Wall Street Journal, che mette in evidenza la superficialità delle società verso la parità di genere e la tutela dei diritti fondamentali, ma anche i danni economici derivanti dalla reiterazione di queste ingiustizie. Secondo gli ultimi studi, qualora si valorizzassero le risorse potenziali del lavoro delle donne, portandole allo stesso livello degli uomini, il Pil raggiungerebbe picchi impensabili: ben 28mila miliardi in più nel 2025, ossia il 26% del Pil globale. Anche in questo caso la ricchezza degli Usa e Cina messi insieme. Analisi che impressionano.
Questo rapporto si basa su diversi indicatori di genere, la percentuale di donne che rappresenta la forza lavoro, tassi d’inclusione sociale e mortalità in 95 Paesi del mondo, ovvero il 90% del Pil globale. Si potrebbe osservare semplicemente che un risultato di questa portata è oltremodo ambizioso, purtroppo per il grado di progresso civile in Paesi nei quali i diritti delle donne sono davvero poco tutelati, ma basterebbe ridurre il gap, che si recuperasse almeno in parte questo potenziale per cambiare in positivo sia i diritti umani sulla parità di genere che la reddittività del pianeta.
Gli studi del McKensey Institute costituiscono attualmente il più avanzato criterio di ricerca in questo ambito, proprio perché riescono a mappare le disuguaglianze di genere in ogni area del pianeta, e a tradurre in numeri l’entità del gap in termini di potenziale economico, qualora si agisse col rispetto della logica relativa alle pari opportunità.
Il report, come si è detto, tiene conto di tanti rilevatori di uguaglianza di genere, quali il tasso di occupazione delle donne, l’incidenza della presenza femminile nei lavori di carattere tecnico-professionali, il divario sulla retribuzione uomo-donna in lavori simili, la percentuale di donne che occupano posizioni di leadership, e il lavoro ‘di cura’ non retribuito.

Dei circa 100 Paesi analizzati, 40 evidenziano un elevato tasso di disparità di genere, e questo per metà degli indicatori considerati. L’incidenza più forte riguarda la rappresentanza politica, dove la parità di genere in termini di numeri viene assolutamente ignorata anche nei Paesi più evoluti. Poi c’è l’aspirazione a posizioni che mirano alla leadership, ancora bassa perfino in Paesi civilmente e democraticamente evoluti. Una ricerca della Confederazione Internazionale di Associazioni Non Profit (Rapporto Oxfam 2017) sulla disparità di genere, ha permesso di arrivare alla conclusione che la donna lavora due mesi gratis all’anno (59 giorni per l’esattezza), rispetto agli uomini, ossia 2 mesi in più per ottenere la stessa retribuzione degli uomini. Uno studio piuttosto emblematico sulla reale situazione, che poi percorrendo altre vie di analisi, esprime i medesimi valori di altri report.
Sul versante del lavoro di cura non retribuito, la ricerca di McKinsey conferma che è svolto per il 75% dalle donne, se invece fosse regolarmente retribuito, andrebbe ad incrementare il Pil globale per un valore intorno al 12%.
La conclusione di questi report, porta a concludere che la parità di genere è un diritto fondamentale nel lavoro, ma non potrà essere raggiunto in concreto senza prima cambiare le regole di una società ingiusta, fondata su errate convinzioni e non di rado pregiudizi. I ricercatori aggiungono che, qualora si raggiungesse la ‘parità perfetta’ nel rapporto di genere, il Pil globale aumenterebbe di 28mila miliardi di dollari l’anno. Al momento utopia.

Posted

21 Mar 2021

Attualità e tendenze

Virginia Murru



Foto dal web





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