Omaggio a Napoleone Bonaparte nel bi-centenario dalla sua scomparsa

Personaggio diventato mito dall’enigmatica grandezza ancora oggi è oggetto di valutazioni contrastanti

Ei fu. Siccome immobile,/ dato il mortal sospiro/ stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,/ così percossa, attonita/ la terra al nunzio sta.


Il notissimo “attacco” dell’ode manzoniana Il 5 maggio non ammette dubbi: in quel “Ei fu” è racchiusa tutta la drammatica definitività di un’avventura che nel tempo di circa due decenni ha stravolto l’Europa avendo per protagonista Napoleone Bonaparte cui il componimento è dedicato. Si tratta della prima di diciotto strofe e sancisce la fine di un condottiero, di un uomo politico, di uno stratega che ancora oggi fa discutere, a distanza di due secoli dalla scomparsa, avvenuta il 5 maggio 1821.

Nato ad Ajaccio il 15 agosto 1769 da famiglia di origini toscane, in una Corsica che soltanto l’anno precedente era stata ceduta alla Francia dalla Repubblica di Genova, a 16 anni Napoleone è già sottotenente di Artiglieria. La Rivoluzione francese irromperà sulla scena quattro anni più tardi, proponendosi come il più importante terreno politico su cui egli interverrà. Di fatto, la Rivoluzione terminerà con il colpo di Stato con cui lo stesso Napoleone metterà fine al Direttorio, insediando un triumvirato consolare di cui assumerà i pieni poteri.
A 30 anni di età ha inizio la sua irrefrenabile ascesa.
Nel frattempo aveva portato a compimento la Campagna d’Italia, costringendo l’Austria al Trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797, e si era reso protagonista della Campagna d’Egitto, ideata per impedire la via delle Indie al Regno Unito.

Dall’Alpi alle Piramidi/ dal Manzanarre al Reno,/ di quel securo il fulmine/ tenea dietro al baleno;/ scoppiò da Scilla al Tanai,/ dall’uno all’altro mar.

Nel 1802 Napoleone è nominato console a vita, quindi proclamato Imperatore dei Francesi, cingendone la corona in Notre Dame il 2 dicembre 1804, e Re d’Italia nel maggio 1805. La trasformazione della Francia da Repubblica in Impero asseconda la sua convinzione che occorresse tornare alla normalità, mettendo ordine negli avvenimenti e avviandosi verso la Restaurazione, avendo la Rivoluzione esaurito il suo corso.

Ei si nomò: due secoli/ l’un contro l’altro armato,/ sommessi a lui si volsero,/ come aspettando il fato;/ ei fè silenzio, ed arbitro/ s’assise in mezzo a lor.

Nel 1805 fronteggia una coalizione formata da Gran Bretagna, Austria, Russia e Regno di Napoli, intenzionato a invadere l’Inghilterra. Dopo la vittoria a Ulma e la resa dell’Austria, giunge la cocente sconfitta della flotta francese a Trafalgar ad opera di quella britannica comandata dall’ammiraglio Nelson.
Tra il 1808 e il 1810 Napoleone è al culmine della sua potenza: la Francia domina l’Europa continentale, vengono attuate profonde riforme tese alla modernizzazione istituzionale ed economico-sociale.
A partire dal 1812 comincia il suo declino, prima con l’esito disastroso della Campagna di Russia, quindi con la sconfitta di Lipsia per mano degli alleati europei, nell’ottobre del 1813. Nel marzo 1814 gli eserciti alleati occupano Parigi e Napoleone viene dichiarato decaduto dal Senato. Il 4 aprile firma l’abdicazione e costretto all’esilio nell’isola d’Elba.
Un declino rapido e inesorabile, almeno quanto travolgente era stata l’ascesa.
Napoleone, tuttavia, anche nell’isola toscana non smentisce il suo temperamento di combattente di razza. Medita il ritorno a Parigi, realizzandolo dopo dieci mesi d’esilio, appoggiato da quanti sperano ancora in una svolta liberale.


Napoleone ebbe una vita segnata dai successi, eppure esalò
l’ultimo respiro in esilio, lontano dal lusso e dalla fama che avevano
caratterizzato i suoi giorni migliori.
“Semi-divinità” nella vita, uomo comune nella morte: è questo il
ritratto che Manzoni riproduce in un testo ricco di riflessione
e protagonista in ogni libro di letteratura italiana


È il suo canto del cigno: cento giorni che si concludono con la sconfitta di Waterloo!
Lo attende il lungo esilio a Sant’Elena, un’isoletta nell’Atlantico meridionale, durante il quale scrive un Memoriale, pubblicato postumo nel 1822-23, e medita sugli anni tumultuosi delle sue gesta, rimpiangendo i giorni di gloria che gli appaiono ormai irrimediabilmente non più replicabili.

Oh quante volte, al tacito/ morir d’un giorno inerte,/ chinati i rai fulminei,/ le braccia al sen conserte,/ stette, e dei dì che furono/ l’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili/ tende, e i percossi valli,/ e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,/ e il concitato imperio,/ e il celere ubbidir.


Un male crudele lo strappa alla vita il 5 maggio 1821.
Nell’immaginario collettivo il Napoleone condottiero probabilmente viene ricordato ed esaltato al di là dei suoi effettivi meriti, in parte compromessi da qualche sconfitta non in linea col suo mito. Sono certamente indiscutibili, invece, i successi “politici” del grande corso, pur non mancando, anche su questo vasto terreno, iniziative che ancora oggi sono oggetto di controversa valutazione.
Per alcuni studiosi il periodo più fecondo è quello del consolato, durante il quale egli dispiega sagacia e lungimiranza: promulga una nuova Costituzione, istituisce la Banca di Francia, rinnova l’impianto finanziario-amministrativo, riforma la giustizia introducendo il nuovo Codice civile, ricompone i rapporti tra Stato e Chiesa sancendo l’autonomia del primo dalla seconda.
I detrattori gli imputano di essere stato un misogino, di aver incoraggiato il colonialismo e ripristinato la schiavitù, di aver soppresso alcuni giornali e imposto la censura sulle rappresentazioni teatrali. E non trascurano le sconfitte più significative quali quelle di Trafalgar, Lipsia e Waterloo.
Napoleone non era nato con i crismi della simpatia e neanche dell’empatia: malinconico, egocentrico e un po’ complessato, è stato personaggio dalle mille contraddizioni, brusco, burbero, scostante nei rapporti umani; di gusti discutibili nell’abbigliamento, sgraziato nel fisico. Tutto ciò non gli ha impedito di avere due mogli, di godere della piacevolezza di una serie ragguardevole di amanti (per la quale dote non disdegnava di compiacersi con se stesso...), almeno due figli illegittimi.

Fu vera gloria? Ai posteri/ l’ardua sentenza: nui/ chiniam la fronte al Massimo/ Fattor, che volle in lui/ del creator suo spirito/ più vasta orma stampar.

“Ai posteri l’ardua sentenza”: con spiccato intuito Manzoni aveva previsto che di Napoleone si sarebbe continuato a discutere lungamente.
Il 5 maggio è stata scritta in tre giorni, di getto e d’impeto, in contrasto con la sua abituale indole riflessiva. Come in una narrazione complementare a quella storica, l’autore esalta le imprese di Napoleone, ma anche la fragilità umana. La sua meditazione presenta un taglio storico ed etico insieme, dove le vicende politiche e militari si affiancano e s’intrecciano ai sentimenti e ai risvolti spirituali indotti dalla morte cristiana dell’imperatore e che aveva profondamente commosso Manzoni.
Quella di Napoleone è stata, in definitiva, una parabola travolgente sostenuta dalla vocazione al comando impressa nel DNA, marchiata dalla contraddittorietà dei suoi comportamenti e dall’altalenante itinerario politico-guerresco.

Tutto ei provò: la gloria/ maggior dopo il periglio,/ la fuga e la vittoria,/ la reggia e il tristo esiglio:/ due volte nella polvere,/ due volte sull’altar.

Ce n’è abbastanza perché si continui a discutere su quale sia stata la vera, autentica caratura del personaggio Napoleone. Anche questo ininterrotto “far notizia” ne alimenta ancora oggi il mito e l’enigmatica grandezza.

Posted

14 May 2021

Storia e cultura

Duilio Paiano



Foto dal web



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