Il dopoguerra e gli anni del boom economico

Tra il 1958 e il 1963 il popolo italiano, che in precedenza aveva vissuto i disastri della guerra e la povertà dell’immediato dopoguerra, scopre per la prima volta il benessere e il consumismo

Il dopoguerra consegna agli italiani un paese più vivo e più consapevole dei propri diritti, anche se non ancora pronto alle profonde trasformazioni del ventennio successivo. Nonostante una maggiore capacità imprenditoriale, tutto è fermo nelle mani di una classe politica inefficiente. Operai, contadini, ceto medio, benestanti; la società è ancora divisa, segno che il benessere, che pure inizia a manifestarsi, non è equamente distribuito.
La politica ruota intorno ai due massimi partiti: la Democrazia Cristiana, ancora stabile sulla base elettorale che ne sancì la vittoria nel ’48, tenta di coniugare l’impossibile ed auspica un “progresso senza avventura” e il Partito Comunista Italiano, il più grande d’occidente, che ha difficoltà ad assumere una propria identità rispetto a quella russa.

È l’epoca dei grandi statisti, da De Nicola a Einaudi, da De Gasperi a Palmiro Togliatti.
Un quadro politico in cui si sviluppano a Napoli fenomeni locali come il “qualunquismo” agli inizi del ’50 ed il “laurismo” del ’54-57. L’unico successo degno di nota, è l’idea europeistica che trova applicazione, ai primi del ’57, nel Trattato di Roma che istituisce la Comunità Economica Europea (CEE) e la Comunità Europea dell’Energia Atomica (CEEA o Euratom), alla base della costituzione dell’attuale Europa Unita.

Contrariamente alla politica, il costume, le abitudini e le esigenze degli italiani, proprio in quegli anni, cominciano un cambio di tendenza che sa di prodigio.
È la televisione l’artefice di questo sconvolgimento, con trasmissioni che dal 1954 man mano si impongono, allargandosi a macchia d’olio dal Nord al Centro fino ad arrivare al Sud.

Il mitico “Carosello” rappresenta l’inizio del consumismo. Quando di sera risuonano le fatidiche note, tutta l’Italia si ferma a guardare i rapidi e serrati “spot” pubblicitari. Un mondo elegante, facoltoso, ben nutrito, fatto di sorrisi smaglianti, con quella bocca può dire ciò che vuole! di belle donne e di brindisi di classe. Una realtà ovattata e falsa che fa sperare in una nuova filosofia di vita, quella dell’apparire, del sembrare più che essere.

Comincia ad affermarsi il mito della ricchezza facilmente raggiungibile: basta avere un po’ di cultura e una buona memoria. Al resto ci pensa un allora sconosciuto presentatore italo-americano: Mike Bongiorno. Lui e “Lascia o raddoppia?” appaiono agli inizi del ’56, quando gli apparecchi televisivi costano ancora troppo, tra le 200 e le 350 lire. Un programma che riesce a richiamare, il giovedì sera, con la chimera di soldi facili, circa otto/dieci milioni di italiani che di quei soldi e di sogni hanno bisogno.



Il “Telegiornale”, che inizialmente non è che un “Radio-giornale”, si limita a leggere le notizie diffuse alla radio con l’ausilio di brevi filmati, attirando numerosi spettatori grazie anche allo scarso interesse nei confronti della “carta stampata”.

Ben presto tuttavia, diventa terreno di scontro e di conquista da parte del governo. Solo con il passare del tempo gli italiani capiranno quanto abbottonata, prudente, grigia e ligia alle “veline” ed alle direttive della maggioranza fosse stata l’informazione loro somministrata a quei tempi. Cosa che del resto non è mai cambiata, perpetuandosi sino ad oggi, con qualsiasi forza politica al potere.
La televisione tuttavia, avrà il merito di concretizzare una “nuova unità d’Italia” dopo quella che anni dopo, nel 1961, festeggerà il centenario. La lingua comincia ad unire lo spettatore siciliano o calabrese con quello valdostano o quello veneto ed una trasmissione, “Non è mai troppo tardi”, fa il miracolo di alfabetizzare circa un milione e mezzo di italiani insegnando loro a leggere, scrivere ed a far di conto.

Nascono contemporaneamente gli sceneggiati, trasposizione televisiva di grandi romanzi come Cime tempestose di Emily Bronte e Jane Eyre della sorella Charlotte; Piccolo mondo antico di Fogazzaro e, qualche anno dopo, Delitto e castigo di Dostoievsky, La Cittadella e Le stelle stanno a guardare di Cronin.

Nuove idee di risveglio culturale non possono che giungere, attraverso mezzi e modi più diversi, da quello che allora viene definito l’american dream, il sogno americano, che in pochi anni diventerà la bandiera del Presidente degli Stati Uniti, J.F. Kennedy e di Martin Luther King, entrambi assassinati per raggiungere questo sogno.

Tra i giovani, in pochi leggono ancora Hemingway e Steinbeck, in molti però indossano i “jeans”, che diventano in poco tempo un simbolo più che un paio di pantaloni. Una vera rivoluzione culturale, contrapposta ai calzoni di vigogna con la piega perbenista ben stirata. Un simbolo di libertà da schemi precostituiti, avventura, natura. Ideali di libertà universale, tanto malamente e tragicamente cercati con un conflitto mondiale da un decennio conclusosi, che trovano una migliore affermazione in un pezzo di tela blu.
Ed insieme ai “jeans”, i ragazzi anni ’60 importano da quella società, anch’essa in piena trasformazione, miti e simboli.
Ascoltano e ballano il rock di Elvis Presley, si appassionano ai blues di Ella e Louis ed alla musica sincopata di Glenn Miller. Si innamorano di Marlon Brando, del suo viso intenso e virile e del magnetismo che da esso emana in Tram che si chiama desiderio e del disagio del Selvaggio che diventa l’icona di una generazione sbandata e senza illusioni con ancora nelle orecchie gli echi della Guerra in Corea del ’50.

Un’Italia dagli aspetti contraddittori. La chiusura dei bordelli, i quasi venticinque chili di carne procapite rispetto ai sette e mezzo del ’44, l’auto utilitaria per tutti, la “Nuova 500” che costa 465 mila lire, la mitica “Vespa”, la scoperta dei “ponti” e dei “week-end”, il milione di abbonati alla TV.
Eppure tutto questo non basta, non basta per essere definita una Italia matura e moderna. In quegli anni gli italiani sono consumatori inconsapevoli di ciò che ancora non potevano né permettersi né comprarsi. Hanno scoperto “le rate” un modo di pagare un po’ alla volta con quelle cambiali che i loro genitori ritenevano vergognoso firmare.
Concorrono sì al “miracolo economico” ma sono anche costretti, dal ’52 al ’58, a salire in 400 mila dal Sud e dalle Isole, al Nord in cerca di un lavoro e di benessere.
E anche qui, come cento anni prima, si consuma a danno del Sud un altro grande esproprio: questa volta di braccia, di cervelli, di origini e radici sconvolte.
È la FIAT degli Agnelli a fare incetta di manodopera a basso costo prevalentemente giunta dal Sud, grazie alla quale riesce a mantenere bassi i costi delle autovetture che produce. Come pure riesce a dare alla squadra del padrone, la Juventus, quella base di tifo che ancora oggi trova nel Meridione più numerosi sostenitori tra i figli ed i nipoti di quei primi emigranti interni.

Posted

05 Jul 2021

Storia e cultura


Vittorio Fabbricatti



Foto dal web





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