Seneca: un filosofo contemporaneo… il filosofo della virtù

Protagonista tormentato degli eventi del proprio tempo, è uno tra gli scrittori più moderni della letteratura latina. Affascinato dalla morale stoica, riuscì a piegarla alle esigenze della vita pratica. Lo dimostrano i suoi molteplici scritti, grazie ai quali la riflessione romana raggiunse il massimo livello nell’ambito della filosofia morale

La frase succitata in esergo di Lucio Anneo Seneca resta di una attualità sconcertante nonostante tanti secoli siano trascorsi. Anche se non prenderemo in esame il pensiero del filosofo stoico della tarda latinità, partiremo da questo suo pensiero per affrontare un problema attualissimo della nostra società. Per essere precisi, cultura deriva da colere, coltivare: si coltiva, si ara un campo affinché sboccino i fiori così come si coltiva la mente affinché noi si possa avere una visione non dogmatica ma critica della realtà.
Subito il filosofo stoico introduce anche il più profano in filosofia nel valore della condivisione.
In realtà, contro ogni visione narcisistica del conoscere per il conoscere, c’è un’ottica diversa, autentica: si conosce per agire, per sviluppare determinate doti nell’altro da noi. L’arte, e in genere la cultura, non hanno così un carattere élitario ma universalistico, non esiste più la netta scissione tra cultura colta e pseudo-cultura.


Già due filosofi rappresentanti della Scuola di Francoforte (Horkcheimer e T. W. Adorno, vedi Dialettica dell’Illuminismo) avevano visto la stretta connessione tra industria culturale e società odierna caratterizzata da un appiattimento dell’essere umano su forme già stabilite a priori dai grandi gruppi monopolistici.

In breve, l’industria culturale si contrappone alla libera creatività dello spirito, della cultura e dell’arte. In nuce, i mass-media manipolano le coscienze umane, facendo sembrare cultura ciò che è pseudo-cultura. L’industria culturale – che annienta le vere esigenze dell’uomo – risponde bene ai bisogni indotti artificiosamente dalla società basata sul consumo. Per non parlare di buona parte della sociologia americana che si basa sulla produzione del consenso all’interno della società. Non si può, quindi, addivenire alla conciliazione di una cultura critica, emanazione più alta dell’essere umano, con la massificazione culturale che rende piatto l’uomo, togliendo l’autentico ad ogni personalità per costruirne una, secondo degli stereotipi vigenti.
L’esperienza personale con il linguaggio era un’unione che da millenni vigeva nella società. Dopo la Rivoluzione Industriale e lo sviluppo del fordismo (che comporta la creazione dell’uomo-massa e dell’uomo produttore e consumatore) si viene a scindere il legame suddetto: da una parte un’arte e una cultura élitaria, dall’altra la creazione di masse. È l’antidialettica che controlla la realtà, la rende stereotipata, la deprime fino a far combaciare il linguaggio tipico della pubblicità con la parola. Oggi una buona parte delle persone si esprime in modo ripetitivo, senza guardare in fondo a se stessa, alle sue esigenze concrete.
Il problema, pertanto, non è soltanto artistico o culturale bensì rientra nel campo più vasto dell’etica e della morale.

Un filosofo francese aveva detto che l’arte e la cultura nell’antichità nascevano dal tempio: ognuno poteva usufruire dei capolavori o delle opere d’arte (tramandate anche oralmente) e creare in piccolo una communitas.
L’uomo antico non era ricco economicamente, avendo meno tecnologia a disposizione. Tuttavia – e senza essere nostalgici –, egli riusciva a creare una relazione con il prossimo, condividere le proprie esperienze con l’altro. In fondo, il munus è il dono che gli dèi fecero all’uomo affinché si relazionasse con l’altro e trovasse nell’alterità un corrispettivo: una relazione, infatti, ha sempre un senso.
Qui, ritornando in medias res, vogliamo accentuare il valore dell’uomo non come merce ma come individuo, come persona, come legame. E ciò che Tommaso d’Aquino diceva nella sua Summa contra Gentiles: “ogni cosa è fatta ad uso e consumo dell’uomo.”
Pertanto, ogni espressione sia artistica che pratica è un tutt’uno che serve a migliorare l’umanità. La cultura non è un fatto aristocratico, bensì universale, nel senso che ciascuno deve goderla indipenden-temente dalla sua condizione economica.

Cultura e società sono concepite integralmente. Solo più tardi, come abbiamo accennato sopra, assistiamo a una grave divisione tra arte e cultura come puro atto contemplativo e arte e cultura come massificata, seriale. Questo ha portato alla spersonalizzazione dell’individuo il quale di fatto perde la propria libertà creativa.
Il problema sollevato da Seneca ritorna in modo prepotente di attualità e non si può circoscrivere alle dispute filosofiche né essere relegato nei libri di sociologia bensì essere allargato per entrare nel profondo sostrato che investe lo stesso concetto di cultura, di arte, di morale e la loro funzione nella società.
Nasce così un complicato rapporto tra uomo di lettere e società.
Lo stesso Seneca ripeterà nella sua famosa Lettera a Lucilio che se “l’arte è imitazione della natura, tutti hanno diritto di fruirne.”
Pertanto Seneca sfata il mito dell’uomo-gregge che purtroppo è presente nella società altamente tecnologica e specialistica. È condividere il nostro vissuto che ci conduce ad una relazione verace non solo con l’altro ma con noi stessi, nel nostro colloquio interiore.

Non per nulla intimus è il superlativo di interior: la parte più insondabile di noi stessi. L’uomo parla con se stesso, si interroga, guarda i propri bisogni autentici, e i propri interessi concreti e sentiti. Crea in tal modo un contraltare valido ai messaggi occulti dei mezzi di comunicazione di massa che investono non solo gli oggetti tipici del consumo bensì la stessa nozione di cultura.
Il bisogno di estirpare certo analfabetismo mentale è, in fondo, aiutare il prossimo a togliersi radicati pregiudizi egoistici e vuoti preconcetti di cui siamo pieni.

Pertanto la cultura e l’arte diventano critica permanente delle nostre azioni, reinterpretazione dei risultati raggiunti, ricerca paziente ma costante che si sviluppa in modo continuo e pertanto non racchiudibile in schemi fissi. È raggiungere la saggezza, quella virtù etica cui aspiravano gli antichi filosofi: è essere in pace con noi stessi e ciò implica un rapporto sincero con l’altro da noi.

In poche parole, è l’ideale che da sempre (sofia come illuminazione, phos è luce infatti) cerca di conoscere se stessi. È il gnothi séauton (pronuncia: ghnozi seauton): indagine del nostro io, guardare in faccia la realtà e chiederci cosa abbiamo fatto e potevamo aver voluto fare. È una ricerca interiore per appropriarci del nostro destino e non rifugiarci in un comodo ed irrazionale mito sociale. Gutta cavat lapidem, dicevano i latini. E questa è la verità che bisogna tenere presente nel nostro agire quotidiano: non lasciarsi prendere dallo sgomento che provocano le non sempre facili situazioni che l’operatore culturale incontrerà nella sua sana opera di ogni giorno: far partecipi tutti di ogni attività costruttiva che nasce dal libero pensiero creativo guidato da una consapevole e chiara razionalità critica.

È certamente un andare contra mundum però ne vale certamente la pena altrimenti il nostro agire culturale diventa puro esercizio retorico e narcisista che si aggiunge a un altro mito della società contemporanea che è per natura acritica in quanto deve controllare il nostro comportamento e creare continuamente consenso al potere dominante.

Posted

15 Nov 2021

Storia e Filosofia

Enrico Marco Cipollini



Foto dal web





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