Wilhelm Wundt: il problema del metodo

Studioso di filosofia e medicina, fu un uomo introspettivo dedito ai momenti di raccoglimento e allo studio. Uno dei suoi obiettivi fu quello di separare la psicologia dalla filosofia, trasformandola in scienza e dimostrando che era una branca della conoscenza autonoma, alla quale dare il giusto riconoscimento

Come abbiamo visto, agli albori di una psicologia come scienza che sorge con sospetti e diffidenze, per presentarsi “autonoma” deve affrontare il problema del metodo.
Quale metodo usare per investigare la natura dei fenomeni mentali?
Wundt usa il termine Selbstbeobachtung che corri-sponde ad “autocontrollo”, “auto-sperimentazione”. Per Wundt si diventa auto speri-mentatori, auto-osservatori o auto-indagatori dei nostri stessi espe-rimenti.






Il metodo di investigazione dei fenomeni mentali è a livello introspettivo.
Anche se Wundt si era proposto di studiare gli elementi semplici della coscienza, in realtà quasi parallelamente lo studioso tedesco scrisse una monumentale opera (Psicologia dei Popoli) che andò a indagare la costituzione dei miti, della psicologia sociale, dei costumi e via dicendo. Tuttavia, i miti, le idee, i costumi dei popoli intaccano lo studio delle facoltà superiori della coscienza, facoltà che lui stesso non credeva fossero oggetto della psicologia.
Ci si può immaginare le critiche per questa operazione contraddittoria. Inoltre, i popoli – o meglio la psicologia dei popoli – come si può sottoporre ad esperienza di laboratorio?
Eppure, Wundt aveva dichiarato che la psicologia, per essere tale, ha bisogno dell’esperimento e nel contempo è scienza dell’esperienza. Ancor di più: il concetto di esperienza consiste nella sua immediatezza, togliendo la divisione tra tempo interno e tempo fuori di noi o esterno. La psicologia come autocontrollo avrebbe in tal modo studiato le funzioni più semplici come la sensazione, l’attenzione, la percezione e l’appercezione (o percezione consapevole); il tutto suffragato da prove di laboratorio, da esperienza. Infatti, coniò anche il termine di “processo mentale” che, nella sua attività, è regolato dalla legge di causalità psichica.
Causalità è legge della causa e dell’effetto nelle scienze naturali mentre per Wundt è una legge normale in quanto noi vediamo prima una cosa, poi l’altra. Una legge psicologica (quella anzidetta) del prima e del poi.
Ricordiamoci bene che Wundt conserva ancora categorie kantiane. Inoltre, ammette un’anima immateriale o spirito che nulla ha a che vedere con i fenomeni psichici nonché il noto dualismo o parallelismo tra corpo e mente. E comunque egli, indefesso studioso fino letteralmente alla morte (1920), ha avuto il coraggio di formulare una psicologia vera e propria, sostenuta da una caterva di dati di osservazione, di laboratorio e la sua scuola ha formato menti eccelse non solo europee.

Wundt non è la psicologia e i suoi oscillamenti, le sue mancate spiegazioni di certi fenomeni, le sue lacune, in realtà sono imputabili proprio ad una scienza che sino ad allora era relegata all’ambito filosofico. Sarebbe comunque scorretto non vedere nella sua opera l’influsso di uno psico-pedagogista che criticò aspramente però accettò molte sue idee. Tale personaggio è J. F. Herbart, la cui opera si svolge in pieno romanticismo (1776-1841). Herbart, pur diffidando della realtà esperienziale come a noi si presenta, si staccò dall’idealismo vigente in Germania. Le sue critiche vanno alla metafisica idealista che chiama “ciarliera… e vana quanto sfavillante”.


Egli si domanda come l’Io possa essere uguale a sé stesso e allo stesso tempo non-Io. Inoltre, egli ravvisa la pretesa vanitosa di dedurre aprioristicamente la realtà, l’Assoluto. La sua filosofia prelude alla fondazione di una pedagogia e di una psicologia rigorosa.
Punto di partenza della sua concezione è “il reale” che ci è fornito dall’esperienza sebbene contraddittoria e ingannevole; da qui il ricorso al controllo attraverso la logica analitica. Se l’esperienza resta, in breve, l’unica strada che può estendere il sapere, resta mutevole: da qui la sua domanda di come possa costituire una scienza.


Herbart escogita una teoria dove risulterebbe la realtà molteplice essere composta, costituita da sostanze semplici e reali (ciò che Wundt ricercherà, se si guarda attentamente). Questi reali non mutano mentre cambiano i rapporti tra di loro: l’esperienza, quindi, scorre e muta ma i reali restano ciò che sono. Il mutare dell’esperienza, in realtà, è un mutare di relazioni e di connessioni tra i reali che sono invece sempre se stessi.
Questa teoria è detta anche relazionistica in quanto siamo noi che stabiliamo relazioni (tra i reali stessi), relazioni che costituiscono la metafisica del molteplice o, meglio, pluralistica. Tali relazioni che noi stabiliamo non sono apodittiche, necessarie, bensì fortuite. Herbart si spinge oltre, fedele al principio di identità. È pur vero che la materia è piena di contraddizioni ma è altrettanto vero che la materia e il suo concetto lo costruiamo noi; pertanto s’avvia a dare ai reali l’attributo di immateriali. È un modo (di derivazione wolffiana e kantiana) di rappresentare tramite i “reali” ogni realtà che preesiste e non viene “creata” come nell’idealismo.
Per rappresentazione bisogna chiarire che Herbart intende questo atto come psichico, quindi la necessità di ogni nostra rappresentazione che deve seguire una identità che chiama “anima” e questa è formata da un reale immateriale.
Non bisogna confondere l’anima con la coscienza o l’io tradizionali. L’anima è un reale semplice mentre l’io (o coscienza) non è che un nucleo persistente di rappresentazioni psichiche che restano nell’anima o reale (ogni corpo - compresa l’anima - è formato da reali). Le impressioni psichiche o rappresentazioni avvengono in modo casuale e gli elementi rappresentati agiscono nella coscienza aggregandosi, relazionandosi, dando così origine a complessi di connessioni tra i reali, tra le varie rappresentazioni. Esse, se simili, tendono ad assimilarsi le une con le altre, mentre altre, nascoste, non emergono.
Per Herbart esiste una soglia limite nella coscienza che fa passare le rappresentazioni forti mentre le deboli restano occulte (subcosciente).
Con uno sforzo di tipo matematico (dinamica e statica delle rappresentazioni psichiche e dei loro moti) tende a rendere scientifica la psicologia che sarà poi ripresa da Wundt.
Ciò che gli idealisti chiamano metafisica, per Herbart è solo un riferimento ad un mondo ideale che non include la realtà. Da qui la distinzione di giudizi estimativi (aestimo = valuto) e conoscitivi.
Ora i giudizi di valutazione rientrano nella filosofia pratica e morale che in Herbart è inclusa nell’estetica o teoria filosofica del bello o anche del bene perché presuppone un’attività pratica o morale. Sebbene la scienza estetica sia scienza dell’ideale, la morale si basa sulla volontà dell’uomo a fare e a dare giudizi. Esiste in Herbart questo legame tra Estetica ed Etica.
In fondo, ciò che è bello risponde al criterio della bontà in quanto l’educazione tende alla formazione del carattere morale il quale si attua tramite la conquista della libertà interiore. Tutto affluisce nella Pedagogia generale dove psicologia. morale e le sue teorie filosofiche lo fanno anticipatore di una pedagogia come scienza e non un semplice insieme di attività educative o utilitaristiche, grazie all’aiuto della comprensione della psicologia e della completa formazione dello “spirito” del discente.
In nuce, ripetiamo, formazione di un gusto disinteressato per il buono e per il bello o attuazione estetico-morale che è base della moralità.

Posted

04 Jul 2022

Storia e Filosofia

Enrico Marco Cipollini



Foto dal web





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