Fontamara di Ignazio Silone: racconto popolare nella drammaticità della storia

La vicenda si inquadra nei primi anni della dittatura fascista ; una sua verità storica che esprime gli stati d’animo collettivi dei contadini di Fontamara in cui coesistono i “cafoni” (braccianti, manovali, artigiani) e piccoli proprietari, ma sono solo i primi a subire i soprusi e le ingiustizie

Il romanzo Fontamara di Ignazio Silone, pseudonimo di Secondo Tranquilli (Pescina 1900 – Ginevra 1978), ci offre l’occasione di rileggere, in forma narrativa, il contesto storico - culturale in cui gli eventi raccontati furono collocati.
L’ascesa di Mussolini e del movimento fascista dopo la prima guerra mondiale, portarono al controllo di tutti gli aspetti della società. I fatti raccontati nel romanzo avvennero all’inizio dell’ascesa del fascismo e Fontamara, nome immaginario di un paesino della Marsica, storica regione abruzzese al confine con il Lazio, divenne simbolo della condizione di inferiorità dei contadini (i cafoni, termine che Silone intende come dignitoso) meridionali: i cafoni sono tali e parlano la stessa lingua.


I SUOI ANNI IN SVIZZERA
La stesura dell’opera risale al 1933 quando Silone era esule a Davos, in Svizzera, ricercato dalla polizia fascista per le sue idee liberali e antifasciste; infatti subito dopo gli studi liceali mostrò simpatia verso il movimento operaio rivoluzionario e sin dall’inizio la sua posizione fu di opposizione al fascismo. Ripetutamente le sedi dell’Avanguardia, di cui lui era redattore e del Lavoratore di Trieste, furono incendiate dagli squadristi. Si affiancò a Gramsci nella lotta al regime fascista ma fu denunciato e di conseguenza, costretto a riparare nel 1930 in Svizzera. L’anno successivo, però, si distaccò dal movimento comunista, non condividendo la dittatura staliniana. Ed è a Davos che Silone scrisse Fontamara, pubblicato nel 1933 in lingua tedesca e diffuso clandestinamente in italiano; solo nel 1949 una prima edizione in italiano verrà pubblicata da Mondadori.

IL ROMANZO
Vediamo qual è il messaggio che Silone, tramite questo romanzo, ci vuole trasmettere.
Il fascismo conquistò il potere nel 1922; negli anni successivi fu consolidato in un regime dittatoriale e verso gli anni trenta fu evidente la sua ideologia. Dopo il caos della prima guerra mondiale, il fascismo fece suo, sotto il profilo politico - psicologico, la proposta di ordine da attuare anche con la forza, avente come modello storico la romanità.
I Fontamaresi non avevano conoscenza dell’esistenza del fascismo e per di più nessuno di loro sapeva qualcosa di politica, né aveva idea del significato di “fascista”; erano candidamente ingenui, semplici, onesti, si spaccavano le mani e la schiena faticando in silenzio, digiunando anche per giorni e dormendo a volte anche tre ore a notte: volevano solo lavorare senza dover pagare continue tasse ed erano consapevoli che per la loro ignoranza potevano essere preda dei più scaltri.
Lo scontro col nuovo regime avvenne quando al villaggio si presentò il cavalier Pelino, graduato della Milizia Volontaria per la Sicurezza nazionale ed approfittando dell’ignoranza dei “cafoni” e del loro analfabetismo, li convinse a firmare un foglio in bianco. Solo quando sarà troppo tardi i “cafoni” capiranno che quelle firme servivano all’Impresario, rapace imprenditore, uomo potente e senza scrupoli, appoggiato dal regime, a deviare le acque del ruscello verso le sue terre e da cui i fontamaresi attingevano per irrigare i loro miseri campi.

Le autorità, l’avvocato Don Circostanza e il prete don Abbacchio, erano dalla parte dell’Impresario che, per i suoi legami col regime, fu anche nominato podestà; solo Berardo Viola, giovane audace fontamarese, sosteneva la necessità di una lotta collettiva contro la violenza legalizzata dell’Impresario. Quando al furto dell’acqua si aggiunsero altri soprusi, quali la riduzione della corrente elettrica, la diminuzione del salario, imposta dal regime, e l’incursione nel paese di una squadra fascista mandata dall’Impresario. Nella popolazione la voglia di riscatto e di affrancamento prese il sopravvento sulla passività e sul senso del fatalismo.

L’analfabetismo, questa la causa dei mali dei fontamaresi, era imperante soprattutto in molte zone sperdute del Paese. Essere analfabeta significava rimanere nello stato di schiavitù, di oppressione e significava interiorizzare solo l’ideologia dei dominatori, ma Berardo Viola, presa coscienza di ciò, si inserisce nella conquista dell’autono-

mia, nella capacità di identificare le cause che generavano tale emarginazione e sottosviluppo, di discernere le contraddizioni e di progettare e realizzare una nuova società. Si reca, quindi, a Roma per trovare lavoro, accumulare un po’ di denaro e comprare della terra. Ma i sindacati fascisti e gli uffici di collocamento pongono ostacoli burocratici di ogni genere, tali da dover rinunciare ad ogni speranza. Ormai questa ricerca del lavoro finirà in un fallimento; ad esso si aggiungerà la notizia arrivata dal paese della morte di Elvira, di cui era innamorato e che voleva sposare, e sarà a questo punto che per Berardo la vita non avrà più senso.

L’incontro con l’Avezzanese, un giovane impegnato nella lotta antifascista, deciderà del suo destino. Berardo sarà arrestato per un equivoco, si autoaccuserà davanti al commissario di polizia dicendo di essere lui il Solito Sconosciuto, ossia il ricercato e inafferrabile oppositore al fascismo. Sarà torturato e morirà atrocemente, diventando un simbolo per i fontamaresi che, finalmente con l’aiuto del Solito Sconosciuto, cominceranno a stampare un loro giornale Che fare? – titolo che richiamava il famoso opuscolo in cui Lenin traccerà per la prima volta il suo schema di partito rivoluzionario – e così denunceranno l’assassinio di Berardo e i soprusi patiti ad opera dell’Impresario e dei notabili.
Ma il regime non tollererà questa voce di opposizione, tanto che una squadra d’azione della Milizia arriverà a Fontamara e farà strage degli abitanti. Molti verranno uccisi, altri prenderanno la via della montagna, altri troveranno scampo in esilio.

IL MESSAGGIO
Il tema politico e quello morale per Silone si intrecciano e si fondono: il fascismo è sicuramente offesa, violenza, sopraffazione, opporsi ad esso è soprattutto una necessità morale; ma la lotta può essere portata avanti solo con l’unità degli oppressi, che diventerà unità di classe, conquista spirituale. Nel frattempo l’analfabatismo faceva comodo ai potenti, perché serviva a legittimare i soprusi degli stessi; il non avere dimestichezza con la carta e con le parole diventava strumento di inganno e di raggiro; il vecchio ciabattino Baldissera, sintetizzando il pensiero dello stesso Silone dice Non serve avere ragione se manca l’istruzione per farla valere, dunque l’opera vuole essere una denuncia sia morale, sia storico - politica, chiamando anche in campo le scelte dei governi post - unitari che non avevano voluto e saputo dare, almeno attraverso la scuola e l’istruzione, una nuova dignità ai “cafoni” del Sud.
Silone aveva trent’anni quando scrisse questo romanzo, fu stimato da Thomas Mann, Bertrand Russell, Stefan Zweig; per dieci volte fu candidato al Premio Nobel.

Posted

11 Feb 2022

Storia e Filosofia

Tina Ferreri Tiberio



Foto dal web





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