L'origine del linguaggio

La comunicazione è stata il motivo fondamentale della crescita evolutiva, il linguaggio importante per l’umanizzazione dell'uomo

A volte i primi balbettii dei bambini possono ridestare la curiosità e l’attenzione verso il tema del linguaggio, così come è accaduto a me, e si vuol capire come è nato il linguaggio, qual è la funzione della parola, quali sono le connessioni col pensiero e che cosa abbia spinto il primo uomo sulla terra ad usare un segno, un suono, una parola che avesse un significato per lui e per gli altri e che gli servisse per comunicare. Ho ritenuto opportuno, data la complessità e l’ampiezza di questo percorso, proporre alcuni dei momenti fondamentali.

Dunque qual è l’origine del linguaggio? Qual è la sua funzione? Che rapporto ha con la realtà e con le forme conoscitive? Sia la Linguistica sia la Filosofia del linguaggio o Filosofia analitica, si interessano di tali temi; la Linguistica si definisce come Scienza della struttura e del funzionamento delle varie lingue ovvero del linguaggio in generale, ci si riferisce alla linguistica trasformazionale. Il trasformazionalismo è una teoria fondata dal linguista statunitense Noam Chomsky negli anni Cinquanta che diede origine alle grammatiche trasformazionali; mentre la Filosofia analitica si occupa del linguaggio, dell’uso che ne facciamo, di come ce ne serviamo ossia dell’utilizzo corretto di un termine o di una espressione.

Il linguaggio, già nel pensiero greco, è stato oggetto di ricerca; nella filosofia presocratica, il pensiero pensa le cose che sono ed esattamente come sono; pertanto verità (piano del pensiero) e realtà (piano degli oggetti) coincidono, donde il linguaggio viene inteso come forma simbolica, terminologia usata da Cassirer, in Filosofia delle forme simboliche.
Il linguaggio, già nel pensiero greco, è stato oggetto di ricerca; nella filosofia presocratica, il pensiero pensa le cose che sono ed esattamente come sono; pertanto verità (piano del pensiero) e realtà (piano degli oggetti) coincidono, donde il linguaggio viene inteso come forma simbolica, terminologia usata da Cassirer, in Filosofia delle forme simboliche.



Il dialogo si svolge fra tre personaggi: Cratilo, Ermogene e Socrate. Cratilo sostiene che il nome è perfettamente connaturato con le cose, per lui l’etimologia è superflua, il suo è un naturalismo linguistico. Ermogene pensa che il nome sia una semplice etichetta, estraneo alla cosa, l’etimologia impossibile: il suo è un ingenuo convenzionalismo. (M. Sacchetto in Il Cratilo di Platone). Ad Ermogene ed a Cratilo si oppone Socrate, il quale dapprima sostiene un naturalismo stabilistico (le cose hanno una essenza stabile che non dipende da noi), poi accetta il convenzionalismo (concezione della lingua come creazione del tutto artificiale). Platone non condivide alcuna delle due tesi: la conoscenza, il cui strumento è il linguaggio, risulterà superflua nel primo caso e impraticabile nel secondo, in quanto entrambe eliminerebbero la filosofia, che per il grande filosofo è dialettica, discorsiva, quindi dialogica. Ciò che permette la definizione di una cosa è l’essere stesso della cosa ed è il linguaggio che consente la vera conoscenza, la quale è al di là del nome, nell’essenza stessa della cosa, nella sua forma ossia nell’idea, in greco èidos. (M. Sacchetto in Il Cratilo di Platone).

Platone comincia dal Cratilo ad elaborare la teoria delle “Idee immutabili” ed è con Aristotele che le problematiche arcaiche e presocratiche trovano risposte a parecchie domande che i dialoghi platonici non erano stati in grado di soddisfare. Aristotele non è molto interessato al tema del linguaggio, che intende come veicolo del pensiero e, benché non si occupi del pensiero in generale, che è oggetto della psicologia, si occupa del pensiero “che conosce” del pensiero in quanto vero o falso. Le osservazioni aristoteliche sul linguaggio sono presenti in varie opere. Sorvola sul problema dell’origine del linguaggio, giudica sorpassata la disputa tra naturalismo e convenzionalismo e negli “Analitici Primi” elabora il Sillogismo, che è la dottrina più famosa contenuta nell’ Organon.
Organon è termine che significa “strumento” e serve ad indicare la funzione della logica in vista della conoscenza della realtà in Aristotele ( De interpretatione). I termini logico–illogico derivano dal greco Logos, evocando così tutta la storia del pensiero occidentale. Aristotele sostiene: “ perché io possa pensare, ho bisogno di avere un termine che è un nome, un nome che sta per la cosa di cui io voglia parlare, per cui il nome, ònoma, è per Aristotele un termine semantico, significante, un sema, che indica qualche cosa, che non è la cosa, ma sta per la cosa, tanto è vero che lui dice l’ònoma è ad un tempo un symbolon. Symbolon nel greco originario significa moneta, quattrino; il nome è una moneta di scambio: io ho bisogno del nome per pensare, altrimenti il symbolon è indefinito; io non penso, se non definisco qualcosa.
Anche per Platone pensare è definire. Denominazione, definizione, delimitazione, in greco è òrismos ossia rappresentazione mentale; la rappresentazione mentale è l’obiectum, l’obiectum è l’ìdea; ìdea deriva da orào, la cui radice è id, anzi originariamente era vid, che vuol dire vedere, vedere con la mente, è il veduto, ciò che ho di fronte nella rappresentazione mentale. Nella rappresentazione mentale io ho l’idea di qualcosa e attribuisco il nome: io non posso parlare di niente, l’oggetto non c’è sino a che non l’ho denominato, sino a che non gli ho dato un nome
”.



(Trascrizione di una lezione-intervista a F. Adorno, Parole chiave della filosofia greca a cura di Renato Parascandolo, progettista e direttore esecutivo dell’EMSF: Enciclopedia Multimediale Scienze Filosofiche).

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17 Mar 2021

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Tina Ferreri Tiberio



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