Carlo Emilio Gadda. Un immenso patrimonio di memoria storica

Scrittore, saggista e poeta. Ingegnere di professione, si è distinto per il suo stile originale e innovativo nella scrittura e nella capacità di dialogare e convincere, di educare e di esporre attraverso un codice comunicativo chiaro, quello semplice della conversazione

Un autore tanto affascinante quanto difficoltoso è di certo Carlo Emilio Gadda, (nato a Milano nel 1893 e morto nel 1973), dagli interessi enciclopedici, (si confronti il miglior saggio mai apparso su tale singolare scrittore, cioè La disarmonia prestabilita di G. Carlo Roscioni, Torino, Einaudi 1975, 2° ed.; propriamente a p. 57 dove si riporta sommariamente ciò di cui voleva occuparsi il Gadda; un vero e proprio “Mare magnum” (del sapere), “il mito del sapere enciclopedico”: op. cit., pp. 56-57).




Ingegnere, assetato di sapere, (chi sostiene “psicoanaliticamente” che tale sete veniva a colmare l’affetto che gli mancava e soprattutto per la perdita del fratello Enrico di cui aveva una stima eccessiva; cfr. a tale proposito E. Gianaola, L’uomo dei topazi, il Melangolo, Genova, 1977, anche se – pur ammettendo il grave disagio psichico (forse psicosi) – cui era affetto il Nostro, non ci piace analizzare solamente in chiave psico-analitica questo o quell’autore. Il grave errore del libro succitato.

Nel 1936 esce La Madonna dei Filosofi, che è un insieme di racconti per le edizioni di Solaria. Non era il primo lavoro del Milanese che, già ingegnere, voleva laurearsi in Filosofia nell’allora Accademia letteraria e scientifica di Milano (poi Università Statale), anche se aveva già concordato la tesi. Gadda guardò a Firenze nell’edizione del suo primo libro (ora edito da Einaudi, Torino) perché la città toscana rappresentava ancora «la capitale della cultura».

La Madonna dei Filosofi presenta la “sua” ribellione ad un mondo scialbo, larvatico e per dirla con l’autore “troppo volgare”. Dietro il suo linguaggio pieno di traslati, quasi un linguaggio apparentemente “impazzito” che si legherà in Quer pasticciaccio brutto di via Merulana (Garzanti, Milano) con il “romanesco”, c’è tutta una sua profonda cognizione del reale perché è altamente vero tale Autore che vorrebbe che il mondo così disgregato e folle si confacesse alla logica del suo prediletto, il filosofo e logico tedesco Leibniz (sul quale – ricordiamo – incentrò la dissertazione per il dottorato di filosofia che mai discusse).
Eppure dietro questa ricchezza di espressioni linguistiche tese a prendere, a cogliere le cose nel suo farsi, in fieri, [è tale il punto cruciale per capire il Gadda] e non già fatte e solamente da descrivere, c’è giustamente, come è stato detto, un’economia linguistica (sembrerebbe un paradosso ma non lo è). È il male una delle fonti e dei fini della sua ricerca.

In questa chiave è l’interpretazione assai originale del Fascismo (cfr. Eros e Priapo, ora edito da Garzanti). Perché non ricorre alla storia? Perché secondo Gadda la storia è superficiale: non riesce a “sorprendere” le vere motivazioni che non sono solo politiche e sociali ma anche biologiche, psicologiche, che investono la stessa natura dell’uomo, dell’associazione umana e via dicendo. È la sua un’interpretazione tutta particolare ma certamente la sua “opera” è geniale non foss’altro per il tormento sentito, vero per la ricerca della “sua” verità, dell’ordine logico che dovrebbe dominare dappertutto, per il suo uso linguistico unico nella storia della nostra letteratura.




La sua preoccupazione nel comprendere, nel cogliere, nel sorprendere le cose nel loro divenire e quindi il mondo diventa come una matassa cui i fili sono perduti e noi dobbiamo pazientemente collegarli e riannodarli. Prendiamo il suo capolavoro: Quer pasticcaccio brutto di via Merulana, (Garzanti, Milano). Si presenta come un “giallo” dove la vittima è una certa Liliana Balducci: sarà compito del commissario Ingravallo (o Gadda) scoprire non tanto l’assassino quanto la “origine del male” il cogliere i fili della realtà dove con tale si intenda un viaggio triplice: la Roma sotto il regime fascista che perde le sue connotazioni storiche; la società che compone tale vicenda ma soprattutto l’indagine del ‘filosofo’ Gadda il commissario Ingravallo è solo “co-protagonista” in questo immenso repertorio di umanità che si traduce in tragica ricerca dove, sovente, le “parole” come “segni” prendono ciò “che spetta alle cose”.
Le parole, tutto un gioco di parole, che assumono nella loro ricchezza e nel loro continuo fluire, il simbolo dell’oggetto.

Gadda è al di fuori quindi del neo-realismo: il suo interesse vero, reale, è vissuto come tragica tensione gnoseologica, conoscitiva. E la sua arte non s’esplicita solo nei racconti e libri succitati ma anche ne La cognizione del dolore, dove si contrappone il vissuto reale, genuino, vitale alla convenzione: si veda la cena dei “parvenus” (gli arrivati bifolchi e ricchi borghesi) e la si confronti con le pagine davvero antologiche (dall’etimologia originaria: anthos = fiore, légein = raccogliere: raccolta dei fiori più belli e, per estensione delle pagine più stupende).

Non sarebbe difficile in tale brano vedere il figlio, il Gadda ipocondriaco che neppure la morte lo vuole, mentre il fratello dipartito: Enrico, che il nostro amava/venerava e stimava veramente tanto. Il temporale è “simbolo” di tragedia: viene portata alla madre (nel romanzo Elisabetta François) da un carabiniere la notizia della morte del figlio. E il dramma va pian piano aumentando: quasi un’esplosione. È lo scorpione quale simbolo di un tempo crudele che nulla risparmia in un tempo identificato con il male, la desolazione, la solitudine dell’esistenza e “tutto fu orrore, odio” (Da: La cognizione del dolore, Einaudi, Torino).

Posted

25 Feb 2022

Pensieri e riflessioni

Enrico Marco Cipollini



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