Vitalismo ed erotismo in Saba

Con Saba assistiamo ad un’esperienza originale nella nostra poesia anche perché l’isolamento - de facto - del poeta deve intendersi in ampia accezione e tutto questo giovò molto alla sua espressione genuina e vitalistica, profondamente erotica che s’estende in tutta la sua poesia che è il quotidiano non tanto dimesso ma rivalutato nei suoi aspetti più essenziali e veri. Il nostro poeta era triestino, di madre ebraica e di padre “ariano” che «cristianamente» abbandona la famiglia prima della nascita del poeta (questi lo conoscerà molto tardi).
È la Trieste dell’impero Austro-ungarico dove la Kultur germanica fa la parte del leone, infatti, sebbene fosse il Saba – cittadino italiano – la sua prima lingua fu il Tedesco. Autodidatta, senza un’unità familiare, sradicato e combattuto tra Kultur tedesca e Cultura italiana, quasi per rivendicare la sua origine italiana, resta estraneo ad ogni fermento in atto in Italia come il Futurismo ed altre correnti di cui andavano per la maggiore.



Da qui il suo rivolgersi alla cultura classica italiana, dai Trecentisti, in ispecie toscani, in poi. È stato per questo giustamente annotato che, evitando il Futurismo, Saba si proietta nel futuro. D’altro canto Egli conosce Nietzsche, Freud anche per esperienza diretta l’opera di quest’ultimo. ln verità il pioniere della psicanalisi nei primi anni del 1900 fu Edoardo Weiss e Saba si sottopone a tale terapia negli anni ‘30.
È ebreo da padre di madre e il padre non lo riconoscerà che in età ormai avanzata, rifiutando anche il vero cognome (Poli) per portare sempre quello materno. Trieste è una città mercantile ma anche il crocevia di tanta cultura. Le sue ragioni dell’interventismo nella 1° guerra mondiale sono capibili, ma Egli è estraneo ad ogni esaltazione dannunziana o comunque di tanta “cultura” nazionalistica; anzi! Non aderisce al fascismo che – poi – promulgherà le leggi antigiudaiche le quali – in realtà – in Italia non erano sentite. Dopo un’infanzia e una gioventù non troppo felici né spensierate si era dato nella sua Trieste una certa posizione economica: il libraio e faceva stampare la prima opera cui mancò consenso da parte della critica. Le leggi razziali fasciste lo sconvolgono ancora di più e deve fuggire.

Nel 1953 riceve la laurea honoris causa e nel 1957, con gravi disturbi psichici, muore in Gorizia. Tutti questi fattori: la madre abbandonata, la mancanza di una famiglia vera, l’assenza dell’amore paterno contrapposte alla figura essenziale del padre, le varie peripezie e non ultima la sua città che Egli ama, sono i motivi che riscontriamo nella sua lirica tutta particolare quanto originale. Egli vuole riacquisire il senso di una vera vita, di raccogliere il sostrato del quotidiano legato ad un vitalismo con forti punte erotiche, nonché canta la vita d’ogni giorno ma mai dimessamente, bensì come un inno d’amore universale, un amore che ha sempre cercato. Trieste, ad esempio, «ha una scontrosa/grazia. Se piace... con gli occhi azzurri e mani troppo grandi/per regalare un fiore (...)». È viva vita, sensuale e terrena.





Così, A mia moglie, un vero capolavoro, dove vitalità, erotismo, identificazione tra gioventù e femminilità, assomiglianza agli animali etc., si fondono esemplarmente. Eppure in Saba nelle tonalità dei narrati quotidiani o in certe simbologie, (accostamento spesso tra animali e umanità), c’è una vena d’amarezza. Quale esempio si veda la notissima La capra. La capra assomiglia al profilo di un ebreo (la capra non ha più il muso ma il viso) e inoltre accentua il dolore che «è» eterno, ha una voce e non varia» (vv.7,8 poesia cit. ).

Riesce in effetti ad uscire dal biografismo pur lirico e porsi in una liricità universale, coinvolgente tutti gli animi. La sua poetica, a differenza di quanto possa sembrare, è assai complessa: mai s’abbandona a prosaicità ma il quotidiano viene celebrato solennemente senza che il lettore se ne accorga immediatamente. C’è una forza interna in ogni lirica dove il passato (e non solamente autobiografico ma anche culturale) si sposa con il presente (nel senso suddetto). Inoltre c’è un registro molto complesso: la sottile psicologia del poeta si fonde con uno stile sempre all’altezza della situazione: uno stilismo contenuto negli eccessi e nell’esuberanza spesso eccezionale, alto e mai degradante.
Si può vedere tale accortezza e abilità di stile come frutto di un vero e consumato poeta che ha digerito tanta cultura e ritrasformata in sua con spiccata originalità ma la si può cogliere anche nel suo voler controllare certi eccessi: in special modo nella «grave pacatezza» del «narrato» di ogni giorno che mai è semplicismo. Non v’è errore più grossolano: non esiste linguaggio scialbo, dimesso o alcunché di questi elementi. Nella sua lirica è sempre presente un retroterra di alta sensibilità e di cultura, intesi in senso forte.
Si legga, ad esempio, Il Borgo ... desiderio dolce/ e vano/ d’immettere Ia mia dentro la calda vita di tutti / d’esser come tutti / gli uomini di tutti i giorni... (vv. 26-32 poesia cit. ).

È una autoconfessione ma il tutto mediato da una forte eccezionalità di elevarsi dal puro dato autobiografico ed assurgere a livelli ben più alti, al di là di ogni sommessità di stile perché mai è tale anzi; è complesso come del resto la sua vita e le sue esperienze non eclatanti ma per questo certamente più vere. È la vita la costante, il ribollire della substantia vitate che il Saba sa cogliere in ogni fatto, anche il meno appariscente, ma non per questo meno originario, vero, degno di considerazione. Il registro psicoanalitico, quello vitalistico ed esperienziale, si fondono abilmente. È il vissuto esperienziale, il «microcosmo interiore» influenzato da quello «esterno» (società, mondo, ciò che lo fascia) che costituisce la sua prestigiosa linea poetica.
Sono le varie componenti relazionali della struttura della vita che Io interessano, che canta con freschezza e con una vena di tristezza perché mai tutto è bontà o cattiveria ma i due poli, spesso, intrecciandosi, formano il tutto.

Posted

28 Jun 2022

Storia e cultura

Enrico Marco Cipollini



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