Come un vento leggero di Sabrina Serra

Un diario di bordo, uno scrigno sensoriale in cui c’è la consapevolezza dei nostri limiti e che le melodie future ci sono oscure

Ciò che permette a un’artista di esplorare le varie le tinte, le ombre, i lati oscuri dell’esistenza, è l’essersi imbattuto fra questi vicoli fino ad “imbrattarsi” l’anima, scoprendone di volta in volta i molteplici volti, le sfumature. Così Sabrina Serra (Carini (PA) l’8 settembre 1972) introduce la sua rima raccolta poetica dal titolo Come un vento leggero (Oceano Edizioni, 2023).
Artisti lo siamo un po’ tutti ma le emozioni e le sensazioni vanno sapute ben orchestrare.
L’arte è il linguaggio dell’inconscio che parla e si esprime nelle varie e mutevoli forme, attraverso canali aperti sul reale. É quindi possibile vivere più dimensioni della stessa realtà perché questo tipo di apertura non pone muri o barriere difensive e permette di esplorare più parti dell’essere in relazione a ciò che ci circonda.

Giacché la ragione delle cose / non sta nelle cose in sé, /ma nel modo in cui / ci si dispone nell’affrontarle.
Sono alcuni versi “essenziali” in quanto a contenuto, presenti nella silloge poetica di Sabrina Serra con cui ho desiderato introdurre le mie note critiche che non hanno alcuna presunzione di scandagliare l’arredo emotivo di un’anima che per la prima volta decide di condividere la sua interiorità nella compartecipazione dialogante con l’altro, attraverso la grammatura di un libro, ma solo di avvicinarmi alla sua condizione espressiva, dai risvolti così intimi, trasparenti, tipici della fragilità del cristallo, eleganti e delicati già intuibili nel titolo suggestivo della raccolta Come un vento leggero. È un parlare sottovoce in una dimensione interna soffusa, come la luce che seppur fioca ha la capacità di illuminare un androne e oscurare il buio.

Intuizione o consapevolezza dell’Autrice, nel titolo, per una scelta così aderente alla sua condizione interiore manifesta e mai celata – scrive di lei Maia Teresa Infante che ne ha curato la prefazione – un dire genuino, franco che pervade i versi con naturalezza, come il primo vagito del neonato che si affaccia alla vita ed esprime un bisogno primario, inconscio, ignaro che possa esserci un ascolto.

“Il vento è aria che spira” (L. A. Seneca in Questioni naturali).
Credo rifletta la filosofia di pensiero della Nostra, è ciò che si evince tra le pagine di spiccata sensibilità di detta silloge in cui la dote versificatoria è aggraziata ma decisa, un urlo pacato, un grido sottocutaneo, un magma sentimentale che riesce a iniettarsi in circolo e far vibrare le corde emotive, stimolando il lettore per sottrarlo all’apatia dell’indifferenza, trascinandolo tra le corsie quotidiane, frastagliate dall’incedere del Tempo, in cui medicare le sofferenze, lenire le ustioni e seppur feriti, amareggiati lasciarsi coinvolgere dalla bellezza vitale intorno a noi che obbedisce solo all’ordine naturale delle cose.

Una poesia in versi sciolti, allineata a quella contemporanea che predilige la spontaneità, poco incline alle gabbie e alle circoscrizioni della metrica che recintano la naturalezza del verso.



In Sabrina Serra nessun orpello, fronzolo o manierismo, nessun equilibrismo “intellettualoide” tra le giuste figure retoriche con metafore ben dosate, rare anafore e ossimori, più frequenti le anadiplosi che non ne deviano il senso, anzi ne rafforzano la concettualità e non lasciano mai sospeso nel vacuo il pensiero dell’Autrice.

Non mancano i richiami alla poesia classica con la casa, i muri, le stanze, gli affetti, la colazione, gli oggetti e le campane a festa, in assenza dei quali Sabrina si sentirebbe sradicata anche dal presente, senza un faro a illuminare la rotta e come in G. Deledda – a cui potremmo fare degli accostamenti – sarebbe “Canna al vento.”
Forse che le isole – Sardegna per Deledda e Sicilia per Serra –partoriscano anime inquiete, di rara sensibilità, agitate dai marosi che fustigano le coste eppure aggrappate con forza alle scogliere dell’esistenza.

È opinione comune che la poesia sia asessuata ma la poesia è scritta da individui, maschili e femminili, e credo di poter affermare che in questa silloge si senta impetuoso lo scorrere sotterraneo della femminilità, con la forza e la fragilità di donna (ricordiamo l’ingenua passionalità di Antonia Pozzi e della Dickinson) in cui l’amore è costante necessità, vissuto al pari di uno smottamento interiore che non consente pause e diviene un inciampo per potersi liberare e lasciarsi sfiorare dal vento, senza chiedersi in che direzione conduca.

Posted

31 Jan 2023

Pubblicazioni Oceano Edizioni


Redazione



Foto di Sabrina Serra





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