Novembre e il culto dei morti in capitanata

Tradizioni antiche, precristiane, relative alle festività dei morti: la calza e il grano cotto

Le tradizioni relative ai morti vanno inquadrate bene per comprendere il contesto storico-religioso precristiano. Ai morti erano dedicati i mesi di novembre e dicembre; entravano nella “realtà” dalla Porta del Solstizio Estivo, detta anche “Porta degli Uomini” (ed in particolare alla festa di San Giovanni, che copriva l’antica figura di Giano, il dio delle Porte) in compagnia delle streghe.


La loro festa tuttavia, era a novembre, quando andavano a trovare i loro cari per lasciare in dono la Calza dei Morti. Entravano dal camino, come facevano anche i diavoli. In alcuni paesi le calze venivano lasciate il 2 novembre, in altri il 6 gennaio. Era il periodo della loro permanenza tra gli uomini.

Il 6 gennaio (appena dopo il solstizio invernale, detto “Porta degli Dei”) i morti andavano via.
Nella calza c’erano noci, melagrane, castagne, mandorle, mele, pere, cotogne, ecc. che erano tutti “frutti dei morti”, molti col guscio (la bara), alcuni un po’ aspri. Nella calza dei bambini più cattivi veniva messo letame stallico e carboni.
Nel periodo dei Morti si preparava anche il Grano cotto.
Cotto perché cucinato era “realmente morto”, non poteva cioè essere seminato. Insieme al grano c’era anche il vincotto (in rappresentanza di Dioniso, quale dio dei morti), pezzi di noci (le ossa dei morti), acini di melograno (l’occhio dei morti e frutto fatale a Persefone), canditi e confettini piccolissimi (a ricordo del bene che i defunti facevano agli uomini). Il mondo dei morti dava energia ai semi coltivati, dava cibo agli uomini, utensili, ecc.

A Cerignola si preparava la meravigliosa Pizza a Sette Sfoglie (che ricorda i veli della Madonna di Sette Veli, ma anche i gironi, i pianeti, che i morti dovevano risalire per giungere a noi).
A San Severo si preparava per i defunti un dolce a forma di monaco e di monaca (il monaco era una rappresentazione dell’inverno e la monaca la sua regina). Essa veniva appesa ai balconi nel periodo della Quaresima (la Quarantana).


A Foggia, tradizione antichissima, si dava ai bambini cattivi il carbone, che in realtà era una dolce di zucchero con colorante nero. Lo si dava anche ai parenti e agli amici insieme a cestini di frutta ed altro, fatti con la tecnica pasticcera della meringa, cioè con l’utilizzo di zucchero, albume, qualche goccia di limone e un pizzico di sale per rendere la meringa più lucida e togliere quel leggero retrogusto di uova.
Un’altra credenza: il giorno Natale. Chi nasceva il 25 dicembre, se maschio diventava un lupo mannaro (Apollo Licio, altro dio dei morti), se femmina una strega. Attorno al 6 gennaio (festa della Befana, strega benevola), si sentivano storie di persone che andando a messa, riuscivano a vedere parenti defunti.
C’era anche la processione dei morti, che aveva un’organizzazione gerarchica particolare. Due erano i modi per poterla vedere senza morire: guardarla attraverso un catino d’acqua contornato da candele, oppure costruendo una candelina con il cerume delle orecchie (accumulato durante l’intero anno) e mettendola sul davanzale della finestra.
In molte case si preparava un frugale desinare per i congiunti che dovevano riattraversare la Valle di Giosafat, piena di spine. Non mancavano mai anche ago e filo per rattoppare il vestito rovinato dall’attraversamento della terribile valle.

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08 Nov 2021

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Angelo Capozzi



Foto dal web





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