Si chiamava Claude Monet

Un libro di liriche di Isabella Michela Affinito dedicate all'arte del grande pittore francese

Il volume, Si chiamava Claude Monet, si presenta con un’elegante rilegatura e in copertina una bellissima immagine, realizzata dall’autrice con colore a vernice per l’architettura di fondo e collage per le figure femminili, la quale presagisce una raccolta di liriche avvolte dalla magia del ricordo e della parola. La silloge comprende cinquantacinque poesie dedicate al maestro Monet, Lettera immaginaria indirizzata all’artista, Recensione al film-libro Il giardino dei Finzi-Contini, Commento al romanzo Le Onde di Virginia Woolf e Intervista postuma immaginaria a Claude Monet.










Isabella Michela Affinito dedica la sua opera ai segni zodiacali d’acqua, che pur non avendo forma, vogliono comunque lasciare la loro impronta nel mondo. Sia l’autrice, sia Monet, sia la prefatrice sono del segno dello scorpione, segno appunto d’acqua. Hanno un’incredibile capacità di rialzarsi e di affrontare le situazioni più dure, non si arrendono mai. Grazie al loro intuito e alla loro curiosità sono in grado di raggiungere il profondo senso delle cose. Sono intensi e appassionati e pieni di desideri. Le loro emozioni, però, sono mantenute nascoste, paragonabili per questo alle distese d’acqua di cui è visibile solo l’esterno e non si può sapere ciò che avviene nei loro profondi abissi.

Scrive, così, l’autrice nell’introduzione: “Non ci sono mai state sgradevoli stagioni nei suoi quadri, l’atmosfera è stata ed era benevolmente pervasa da quell’intreccio eterogeneo di pennellate dove non è mai sopraggiunta la parola fine: del paesaggio, della scogliera, della campagna coi Covoni assolati, delle gite sulle barche, delle passeggiate col parasole, dei fiori col ‘respiro’ sospeso creati per una vita-non vita sull’acqua immobile, le cosiddette Ninfee!
La silloge è un viaggio che sfida il tempo nel ricordo del pittore tanto amato dall’Affinito: Anche se è/distante da me/più di cent’anni/voglio percorrerlo, /sull’arco di luna/annacquato da/ gocce di glicine.

La poetessa è rapita dal fascino dell’acqua: La leggerezza s’acquisisce/ entrando in sintonia con/ l’elemento, anni per capire/ che non ci sono inganni al/ di là degli scogli tutt’uno/ con i granchi, di che/ colore è l’acqua ancora/ non l’ho capito bene,/ impressionista è il cuore/ di Poseidone quando/ una sirena completò il/ritratto! .




Quando Monet arrivò a Venezia, città amatissima dalla poetessa, la prese in mano per farla trasparente come una campana di vetro con la quale s’imprigiona la fede!
Nella presentazione rafforza il concetto Marina Caracciolo: “Il tratto più seducente di questa poesia è forse la straordinaria trasparenza che l’avvolge tutta, quel meraviglioso mutare della luce nel variare delle ore del giorno che Monet amava tanto, si rispecchia qui in versi dove ogni cosa sembra contemplata attraverso cristalli luminosi o incantevoli bolle di sapone: magiche sfere nelle quali uno sguardo perspicace ma dolcissimo scorge nuvole ed acque, iridescenze di arcobaleni, riflessi di fronde o immobili, azzurre ninfee”.
Cristalli luminosi, acque trasparenti, versi composti forse su un ponte di Venezia immaginando che sia quello giapponese con l’illusione ottica di camminare fra i topazi, i rubini, i turchesi e gli smeraldi.

Posted

01 May 2022

Critica letteraria

Manuela Mazzola



Foto di Isabella Michela Affinito





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