Ricordi? Sbocciavan le viole...

(Cuppini Alessandro)


La prima volta che la vide era l’ultimo giorno di scuola del quarto anno di liceo. Avevano entrambi 17 anni. Lui era nella A, lei nella E, due sezioni le cui aule erano agli estremi opposti dell’edificio. Non avevano perciò mai avuto occasione di incontrarsi, ma quel giorno il Preside aveva radunato tutti gli 800 studenti, dal primo anno al quinto, nella palestra maschile, divisi per classe, per un discorsetto di fine anno. Per caso la 4A era capitata di fianco alla 4E, e, sempre per caso, lui si trovò a dieci centimetri da Veronica.
La ragazza gli sorrise:
- Come ti chiami?
- Ho un brutto nome…
- Sarebbe?
- Attilio…
- Attilio… Attilio… ma è un anagramma del mio cognome!
- Sarebbe?
- Aliotti.
- Fantastico! Era destino. E tu? Come ti chiami?
- Veronica.
- No way. Il mio cognome è Rossi…
Così si conobbero.
Si ritrovarono all’uscita, dandosi appuntamento al pomeriggio nel parco pubblico, per prendere un gelato.
Attilio, che pure era puntuale, la trovò già seduta sulla balaustra che dava sul laghetto, davanti al bar.
Crema e cioccolato per lui, fragole e panna per lei, si sedettero ad un tavolino all’ombra.
C’era un juke-box, lei mise su una canzone che faceva:
- Ricordi sbocciavan le viole con le nostre parole… Non ci lasceremo mai, mai e poi mai.
Veronica era radiosa e allegra, con lunghi capelli castani e uno sguardo schietto. Aveva una figura elegante e sottilmente seducente. E tuttavia, benché Attilio se ne sentisse attratto come mai gli era capitato prima con altre ragazze, si accorse che quando la guardava nella sua mente svaporava ogni pensiero impuro.
- Ricordi sbocciavan le rose…, cantava De André.
Si misero a ballare. Il ritmo lento permetteva di stare vicini e parlarsi. A entrambi piaceva Hemingway e De André (e a chi non piaceva De André, degli adolescenti di quegli anni?). Più difficile fu aderire ai gusti di Veronica quando gli disse che il calcio non le interessava. Attilio mentì. Per contro, non avrebbe saputo dire se veramente apprezzava il dopobarba di suo padre, di cui aveva fatto uso pur non avendo pelo da tagliare. Teneva le mani sulla curva del suo sedere, e sperava che il dopobarba mascherasse l’odore del sudore che gli copriva la fronte e fluiva dalle ascelle.
Veronica doveva rincasare presto, non c’era molto tempo quel pomeriggio. Ma fu sufficiente per fissare un appuntamento. Attilio tornò a casa con un sorriso stampato sulle labbra, e in testa le parole della canzone, che gli risuonarono fino a sera.
Un giorno Veronica lo invitò a casa sua. I genitori non c’erano. Ascoltarono un po’ di musica seduti sul divano. Chiacchieravano e si sorridevano.
Ad Attilio batteva forte il cuore. Ad un tratto, quasi involontariamente, la sua mano scattò in una carezza sul suo viso, rapida come la beccata di un passero; ma subito capì l’inutilità dei suoi goffi tentativi di approccio. Fu Veronica a venire verso di lui, sorridente di una traboccante contentezza interiore. Poi si ritrasse appena, gli prese una mano e se l’appoggiò su un seno. Si avvicinò di nuovo e lo baciò, tenendogli stretto il capo con l’altra mano. Lui capì che non avrebbe più dimenticato quelle labbra socchiuse, quelle mani che gli accarezzavano la nuca, e gli occhi teneri e fiduciosi.
Il bacio fu breve, un semplice assaggio di tenerezza. Attilio sentiva un groppo in gola che temeva si risolvesse in lacrime; lei invece non pareva emozionata, e concedeva agli occhi appena quel tanto di umidità da mantenerli limpidi e sereni.
Veronica tornò ad abbracciarlo, e lui si sentì rinascere, provando la stessa sensazione di quando da piccolo sua mamma lo abbracciava. Con lo stesso caldo affetto, più che desiderio erotico. Ma quando poco dopo fecero all’amore, lei si comportò come una vera amante, calda ed esigente, e allo stesso tempo generosa.
Fu un periodo di grande felicità, conforme ad ogni immaginata norma, una felicità così grande da fargli paura. Forse influenzato dalle letture scolastiche, Attilio pensava che sarebbe stato necessario offrire qualche sacrificio al Fato, quasi si augurava un’improvvisa notizia funesta, l’incendio della casa o una qualche disgrazia patrimoniale di suo padre, tale da ridurre la famiglia in miseria. Avrebbe sacrificato volentieri agli dei una parte di felicità perché gli dei sono invidiosi, e se ne regalano tanta ad un comune mortale si può essere certi che prendono nota del debito e ne esigono la restituzione magari dopo anni, praticando tassi da usura. Questo succedeva quando, solo, pensava a lei; poi la incontrava, vedeva il suo sorriso luminoso e dimenticava ogni timore.
A volte tuttavia, pur se restava sempre disponibile tra le sue braccia, Attilio la sentiva distante, come se un elastico l’avesse all’improvviso allontanata a velocità siderale, e brillasse nel cielo come una stella, splendida ma a centinaia di anni luce. Ad Attilio andava bene così, bastava quel tanto che gli donava, e dopo ogni incontro correva a casa a ringraziare Dio a voce alta, per avergli mandato quella creatura delle stelle dagli abissi dell’Universo.
In seguito non avrebbe saputo dire quanto fosse durato il loro amore. Mesi? Anni? Una sera d’estate uscì dalla sua vita con un ultimo sorriso. Gli dei invidiosi esigettero la restituzione del debito di felicità, e l’elastico la riportò per sempre lassù, nel cielo pieno di stelle, argentea e splendente più di Venere.
Attilio la cercò a casa sua, ma l’appartamento degli Aliotti aveva le tapparelle abbassate, la famiglia era in vacanza. In autunno, alla ripresa dell’anno scolastico, Veronica non s’iscrisse.
Scomparsa, non ci fu più, ecco tutto.
Quando un uomo viene piantato così, senza una parola e una spiegazione, spesso inizia a detestare la donna che l’ha lasciato. Forse odia il proprio fallimento. Oppure vuole eliminare dalla memoria l’unico testimone che conosce bene la sua vera natura. A volte inizia a parlarne male, e si sente libero da ogni impegno di riservatezza. Non così fu con Attilio, che continuava a sognarla ogni notte con nostalgia e senza rancore. Il suo amore era stato un sogno indimenticabile. Comprese che il piacere e il dolore, la sofferenza e l’amore non sono sentimenti opposti da sorbirsi nella loro immacolata purezza, bensì due facce della stessa moneta. Gli dei gli avevano girato la moneta e gli avevano mostrato il verso.

Non la dimenticò, non poteva dimenticarla. Ma non le permise di distruggergli l’anima. Il futuro gli veniva incontro a passi smisurati, da gigante, e lui aveva mille progetti, mille idee, mille decisioni da prendere. Come tutti i ragazzi a quell’età, era nella corrente di un fiume che scorreva rapido; vi si gettò assetato, e bevve a bocca spalancata quel che la vita gli offriva.
Si impegnò in politica. Erano anni in cui il mondo intero chiedeva giustizia e riforme sociali. All’Università, entrò nel Direttivo del Movimento Studentesco. Occuparono le facoltà, chiedevano la fine delle baronie e una riforma che facesse dell’Università un centro di giustizia sociale, oltre che di cultura: diritto allo studio per tutti e carriere universitarie basate sul merito e non sulla raccomandazione.
Un giorno d’inverno ci fu una manifestazione davanti alla Facoltà di Medicina, la sua facoltà. La polizia era schierata davanti alle scale d’ingresso, in tenuta antisommossa. Attilio era in prima fila, il pugno sinistro alzato. Cantavano Contessa:
- Compagni dai campi e dalle officine…
Ad un tratto sentì una voce vicinissima dietro di lui superare il frastuono. Era sottile eppure chiarissima. Cantava, ma non le parole di Contessa:
- Ricordi? Sbocciavan le viole…
Che contrasto le dolci parole di De André con quelle sanguinarie di Pietrangeli! Prima ancora di girarsi seppe che era lei.
Un eskimo, i jeans e un foulard che le copriva il capo e mezza faccia, forse aspettando di doversi difendere dai lacrimogeni. La riconobbe dagli occhi, ed ebbe la conferma che non era cambiata quando, tirando via il fazzoletto, scoprì il sorriso.
Lo abbracciò, come se si fossero lasciati il giorno prima, lo strinse a sé e intanto gli canterellava nelle orecchie:
- Non ci lasceremo mai, mai e poi mai…
Le mise un braccio attorno alle spalle e abbandonò i compagni dirigendosi verso un caffè che coraggiosamente aveva tenuto aperta la saracinesca. Sedettero in un angolo, il barista portò i caffè.
- Cosa hai fatto di bello in questi anni?
Veronica non rispose, si sporse attraverso il tavolo e lo baciò sulle labbra.
In quel momento si udirono i primi scoppi dei candelotti lacrimogeni: la polizia caricava. Il barista chiuse la saracinesca, loro bevvero in fretta il caffè e uscirono dal retrobottega in un vicolo cieco che sfociava sul Corso. Videro passare di corsa un gruppo di compagni inseguiti da file di poliziotti affiancati che caricavano. Una nuvola di gas stazionava su di loro.
Il barista indicò loro una rete bassa che chiudeva in fondo il vicolo. Oltre c’era un giardino:
- Scappate di là.
- Vai tu, disse Attilio.
La aiutò a scavalcare, poi aggiunse:
- Io devo andare.
Si lasciarono e si diedero appuntamento per le cinque del giorno dopo, alla Biblioteca.

La riunione del Direttivo nella Facoltà occupata cominciò al mattino e durò fino a sera. C’era da organizzare un’altra manifestazione a cui si sarebbero uniti gli operai di una fabbrica tessile in sciopero. Il problema più grosso però era costituito da una frangia estremista dell’assemblea che condannava lo sciopero come manifestazione borghese e propugnava una radicalizzazione della lotta con l’uso della forza. La minaccia era una deriva violenta che era necessario fermare.
Nel pieno della discussione, Attilio alle quattro abbandonò l’assemblea per recarsi all’appuntamento.
La aspettò fino alle sette, sui gradini. La cercò nelle sale interne fino all’ora di chiusura. Nulla.
Il giorno dopo, alla manifestazione, erano più gli sguardi rivolti dietro di sé che quelli indirizzati allo schieramento di polizia davanti.
- Qualcuno ha visto la compagna che era con me l’altro ieri?, domandava in giro.
La risposta era sempre quella:
- No, non l’ho vista. Carina, però, la tua amica…
L’elastico aveva richiamato Veronica tra le stelle.
Non la dimenticò, non poteva. Ma aveva troppi impegni perché quella strana vicenda di abbracci ed abbandoni ugualmente improvvisi lo distraesse. Quando ci pensava provava un singhiozzo di dolore per quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Non aveva ancora finito di pagare il debito agli dei.

Le occupazioni finirono, l’Università non cambiò poi molto.
Si laureò, sia pure fuori corso. Attratto dall’avventura, fece domanda per andare in Antartide come medico della base scientifica italiana. Si trattava di restare laggiù tredici mesi. Il giorno della partenza, mentre stava curando l’imbarco delle casse di medicinali e dei suoi strumenti, si sentì chiamare dall’altoparlante: Il dottor Rossi è desiderato al ‘desk’. Il dottor Rossi, prego.
Arrivato al desk due mani dal dietro gli si posarono sugli occhi.
- Ricordi? Sbocciavan le rose…
- Veronica!
Non c’era tempo: non più di dieci minuti durò il loro incontro, e parlò quasi solo lui, incalzato dalle sue domande. Era già oltre il cancello quando gli giunse l’ultima:
- Quando torni?
- Marzo dell’anno prossimo.
- Sarò qui ad accoglierti.
- E come faccio a dirti giorno e ora?
- Ci sarò, non temere.
Un anno passa velocemente se al programma di ricerca, fitto di esperimenti e controlli continui sul fisico suo e dei colleghi, si somma la normale attività di medico di comunità.
Il 20 marzo dell’anno dopo fu di ritorno, verso sera. Attilio non l’aveva dimenticata, anche se sapeva che non c’era nessuna ragione per fidarsi di Veronica.
Come uscì nell’Atrio Arrivi, la cercò con gli occhi, senza molta speranza. E infatti non c’era. C’era da dubitarne?, si disse amaramente. Nonostante se l’aspettasse, si accorse che in fondo aveva sperato in un miracolo.

Passarono altri anni. Tanti. La vita travolse Attilio con le sue urgenze, i bisogni, le forzature, i compromessi. Entrò in politica. Le canzoni di Pietrangeli e De André divennero echi della memoria, riposte in angoli remoti ma non dimenticate. Amò molte donne, ora intensamente, ora con distrazione, ma nessuna gli donò la felicità che aveva provato un tempo, anch’essa indimenticata e sepolta, questa volta nel cuore.
Trent’anni. Trent’anni dopo quell’ultimo giorno di scuola si ritrovò davanti al suo Liceo. Su invito del Preside aveva accettato di parlare della sua carriera politica ad un’assemblea di studenti dell’ultimo anno. Rientrare in quell’ambiente non gli procurò nessuna emozione, forse appena una punta di strano compiacimento. Molto era cambiato nella scuola, sia come edificio che come istituzione. Nell’atrio d’ingresso le antiche carte geografiche Vallardi erano state sostituite da ritratti di poeti e scrittori famosi. Quando entrò nella palestra maschile sentì sotto ai piedi che uno scricchiolante parquet aveva sostituito il lercio linoleum dei suoi tempi. Gettò un’occhiata al gruppo di studenti: ai suoi tempi al Liceo ci si andava in giacca e cravatta; ora maglietta e jeans erano l’uniforme, e questo gli parve un progresso.
La sua relazione, tenuta a braccio, fu breve. Era più interessato a colloquiare con gli studenti che a far lezione, e dopo mezzora domandò se avevano questioni da discutere. Fu una chiacchierata piacevole, fatta di domande provocatorie, ingenue, a volte intelligenti, a volte stupide. Dopo un breve ricevimento con i professori nell’ufficio del Preside e qualche brindisi, se ne uscì, dando un’ultima occhiata alla sua scuola, con quel lieve senso di nostalgico impaccio che procura un addio definitivo.
Lo spumante gli aveva dato un po’ di bruciore di stomaco. Entrò nel bar sotto al portico per un caffè.
Mentre rimescolava lo zucchero si sentì toccare una spalla e allo stesso tempo udì le parole cantate:
- Ricordi? Sbocciavan le viole, con le nostre parole…
Attilio sentì un brivido salire dai testicoli e percorrergli la schiena. Si girò su sé stesso e prima ancora di mettere a fuoco la persona alle sue spalle concluse:
- Non ci lasceremo mai, mai e poi mai.
Nella semioscurità del bar la riconobbe appena, e fu solo quando uscirono fuori, alla luce del sole, che vide come gli anni fossero passati anche su di lei. Senza dir parola la prese per le spalle e la squadrò a lungo. Sfiorava con le dita una ruga, un capello bianco, qualche ferita del tempo. Poi Veronica lo prese per mano e andarono nella Piazza più grande di quella che una volta era la loro città.
- Ti piace ancora De André?
- E come no!, rispose lei.
Il suo sorriso era immutato.
- E Hemingway?
- Lo so a memoria. E a te il calcio?
- Beh…
Veronica rise del suo imbarazzo.
Un indiano con un mazzo di rose rosse sfiorite si avvicinò. Attilio gliele comprò una e i suoi occhi risplendettero come un tempo.
- Sono vecchia, ora, per queste cose, disse con civetteria.
- Gli occhi ti redimono: sono l’unica parte del corpo che non invecchia.
La loro storia iniziava in quel momento.
- Il debito con gli dei è stato saldato, aggiunse Attilio. Con la speranza che la felicità a venire non susciti nuova invidia.
- Come?, domandò lei.
Attilio non rispose, e le chiuse le labbra con un rapido bacio.